Il meccanismo permanente di stabilità europeo (o European stability mechanism, Esm) è uno degli “estintori” predisposti dall’Europa per spegnere eventuali incendi finanziari che dovessero divampare in uno dei Paesi membri. Nessuno lo dice ma per l’Italia il fondo ha un costo indiretto di quasi 200 milioni di euro l’anno, come ha calcolato la ricercatrice dell’Istat Monica Montella. Alcune premesse: nato nel 2012, l’Esm è noto come il “fondo salva Stati” perché può prestare soldi ai Paesi in difficoltà, eccezionalmente acquistare titoli di Stato sul mercato primario (ossia al momento dell’emissione) e in futuro potrà intervenire direttamente nei salvataggi bancari seppur con condizioni molto restrittive. Beninteso, niente è gratis.

L’Esm è infatti come una specie di piccolo Fondo monetario internazionale fatto in casa. Presta soldi agli Stati in cambio di rigorosi impegni a effettuare riforme (la solita ricetta a base di rigore fiscale e deregolamentazione del mercato del lavoro) e dietro il pagamento di interessi modellati su quelli praticati per l’appunto dall’Fmi. Entro certi limiti è bene sia così perché prestiti con condizioni troppo morbide favorirebbero comportamenti irresponsabili. Tuttavia tra Stati membri di un’Unione si sarebbe potuto osare qualcosa di più in termini di solidarietà.

Il Fondo europeo ha una “potenza di fuoco” che può raggiungere i 500 miliardi di euro di prestiti. Finora ha svolto un ruolo importante nella crisi di Cipro e nella costituzione della bad bank spagnola erogando finanziamenti per 40 miliardi di euro posti a carico del bilancio pubblico iberico. Restano a disposizione 450 miliardi. Per raccogliere capitale l’Esm emette obbligazioni facendo leva sui versamenti e le garanzie degli Stati membri. Il capitale versato ammonta a 80,5 miliardi e gli stanziamenti a carico dei diversi Paesi variano a seconda del peso economico. L’Italia si fa carico di una quota del 17,9% (la Francia del 20%, la Germania del 27%), ha sinora erogato al fondo 14,3 miliardi e fornisce garanzie (quindi senza che questi fondi escano dalle casse pubbliche a meno di necessità) per circa 120 miliardi di euro. Come previsto dal trattato istitutivo dell’Esm, i 14 miliardi versati da Roma sono stati raccolti emettendo titoli di Stato. Un’operazione neutra ai fini dei conteggi di deficit e debito poiché a fronte di una passività che si crea con l’emissione di titoli di Stato si crea un attivo nei confronti dell’Esm.

Come calcolato da Montella in un intervento sulla rivista online Economiaepolitica, però, la partecipazione italiana al Fondo un costo ce l’ha. Diversamente da quanto era stato propagandato all’atto della sua creazione. Montella calcola innanzitutto quelli che sono gli interessi che lo Stato dovrà pagare sulle emissioni di titoli effettuate per finanziare la sua quota nel Fondo. Solo nel 2013 l’Italia ha versato 11,4 miliardi di euro emettendo un’uguale quantità di titoli. Applicando a questa cifra il tasso medio sul debito italiano, pari al 2,08%, risulta che il Tesoro dovrà versare interessi per circa 234 milioni di euro l’anno. Per contro i dividendi versati dall’Esm, dopo aver detratto i costi per il suo funzionamento, sono ammontati a 48 milioni di euro. Il saldo, conclude Montella, è quindi negativo per 189 milioni e tanto ci è costato il Fondo solo nel 2013.

E’ vero che lo scopo di queste istituzioni finanziare non è quello di far guadagnare gli Stati ma di migliorare il livello di sicurezza complessiva. Un obiettivo per cui può valere la pena di fare qualche sacrificio. Ed è anche vero che la predisposizione di strutture difensive come Esm o Omt (il programma della Bce per l’acquisto di titoli di Stato) ha ridotto la percezione del rischio degli investitori e quindi abbassato gli interessi su tutti i bond sovrani. Per ora il saldo complessivo per le casse pubbliche di queste operazioni è quindi positivo. Tuttavia la ricerca ha il merito di fare chiarezza contabile attraverso la cortina fumogena con cui spesso governi e istituzioni europee avvolgono queste operazioni.