Atto politico di denuncia e di riscatto, e non semplice esercizio di allitterazione ed identità. Questa è la priorità poetica che trasuda in “Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più”, il nuovo album di Cesare Basile uscito per Urtovox/Audioglobe. L’artista catanese ha fatto passare 25 anni di carriera prima di pubblicare il suo capitolo più siciliano. Già in “Sette pietre per tenere il diavolo a bada” (2011) comparivano delle murder ballads verghiane consumate sotto il sole accecante della Sicilia, storie agitate dal senso del male e della prevaricazione, ma solo con il suo nono disco le coordinate culturali isolane sono diventate ancora più determinanti, seppur sempre incastonate in un dialogo musicale con gli States. È come se i “Caini” di Basile avessero una doppia cittadinanza anche nell’entroterra della Bible Belt, perché – come scriveva Sciascia – “la mia Sicilia, non ha fiumi; e dal mare è lontana come se fosse al centro di un continente”.

L’uso del siciliano è la chiave di volta che sorregge l’intero lavoro. Se nei revival folk spesso si tende a “museificare” la tradizione, qui invece il dialetto di Basile diventa veicolo di un soggetto collettivo subalterno e una porta aperta alle contaminazioni. Il ricorso a quella musicalità terragna e ad un lessico imprevedibile quanto l’Etna descrive i modelli narrativi, i valori e le emergenze di senso che nutre quel mondo. E per questa ragione l’incipit del disco è affidato ad Araziu Stranu, un blues sahariano dedicato ad Orazio Strano, cantastorie che nel secondo dopoguerra girava i paesi della Sicilia orientale con “cunti” che raccontavano di gente umile costretta a sopportare il fato avverso e di fatti reali.

Di grande presa narrativa è la waitsiana “Franchina”, che si accompagna ad un video con immagini tratte dal documentario “Gesù è morto per i peccati degli altri” di Maria Arena, uscito l’anno scorso nelle sale cinematografiche. La macchina da presa vola sulle strade del quartiere di San Berillo di Catania, e senza retorica racconta la sua comunità di “buttane e buttanieri, ‘na chiesa, e ‘n crucifissu”. Quando Basile adotta l’italiano, come nella titletrack, si avvicina alla distopia politica de “La domenica delle salme” di De Andrè, aggiornandola senza troppi ermetismi: “Se una volta i Cavalieri li chiamarono collusi sotto sotto ci trovammo a contemplarli da invidiosi”. E poi affiorano anche i lignaggi degli outsiders dylaniani di “John Wesley Harding”, con le storie di chi vive per necessità ai margini della legge, unici coscienti della Babilonia di menzogne in cui tutti viviamo (Filastrocca di Jacob detto il ladro).

Come nelle “Sette pietre” la forma canzone ha lasciato il posto alla ballata folk, ma senza per questo rinunciare ad arrangiamenti complessi e bouquet melodici persistenti. Il blues è richiamato in tavolozze che hanno tinte ora agguerrite (Ciuri), ora crepuscolari (U chiamunu travagghiu). Importante in tal senso è stato il contributo di tanti collaboratori, tra cui Fabio Rondanini, Rodrigo D’Erasmo, Manuel Agnelli, Enrico Gabrielli e Simona Norato.
Questo disco ha un’integrità morale e una forza artistica che hanno pochi pari nel cantautorato italiano, e suona secco come le frustate date da Cristo ai mercanti del Tempio. Non a caso fionda e rosario figurano nell’artwork, alludendo alla preghiera e all’invettiva come mezzi degli ultimi per chiedere giustizia sociale. La capacità di opporre una potente contro-narrazione alla retorica dei “padroni” ne fa un’opera che supera le mode effimere, un canto dolente e necessario per ogni Sicilia del mondo.