Certe storie meritano di essere raccontate. Questa affermazione, piuttosto scontata, si presta a almeno un paio di piani di letture, quando si parla della Gang dei fratelli Severini. Perché le storie che meritano di essere raccontate sono sicuramente quelle che loro raccontano nelle loro canzoni, e di conseguenza, la storia, singolare, che merita ancor di più merita di essere raccontata è quella di come la Gang sia tornata autarchicamente a pubblicare un album di inediti, dopo oltre un decennio, grazie all’amore e la solidarietà dei propri fan. Andiamo con ordine.

Anzi no, non andiamo con ordine, perché certo disordine, caos, o come diavolo lo vogliamo chiamare, è parte integrante della benzina che ha fatto muovere i primi passi alla band di Filottrano, in provincia di Ancona. Il punk, signori miei. Da lì hanno mosso i primi passi. Un punk fortemente politicizzato, fatto non del tutto scontato, in realtà. Perché se è vero che il genere che più di ogni altro ha segnato gli anni Settanta musicali in Europa e USA è figlio di una voglia di rivolta della generazione figlia della ricostruzione, è pur vero che molti, all’epoca, hanno vissuto con una certa superficialità un movimento che voleva attaccare il sistema e che del sistema è quasi subito diventato parte integrante. Per intenderci, se una band è il riferimento musicale della Gang questa è The Clash. Joe Strummer, anche fisicamente, è il modello di Marino Severini, frontman della band marchigiana. Chitarra in mano, voce roca e cuore a sinistra. Molto a sinistra. Le storie della Gang, da sempre, parlano di partigiani, di lotta di classe, di padroni e schiavi.

E come è naturale che sia questa storia parte dal punk dei Clash, arriva al folk di Woody Guthrie, che dei Clash è stato modello ispirativo, e comincia a scavare nelle radici. Le nostre radici, quelle dell’Italia della Resistenza, ma anche del cantautorato impegnato, delle Giovanne Marini, del folk dei loro conterranee della Macina. Così succede che la Gang ci regali almeno un paio d’album di quelli che, se vi chiedono cosa portereste su un’isola deserta, non dovrebbero mancare: Le radici e le ali, sicuramente, e Storie d’Italia. Parliamo di dischi di oltre vent’anni fa. Ma la Gang non si è fermata, nel mentre, ha continuato a collaborare con tanti artisti impegnati, dalla già citata Macina, in un lavoro di recupero della musica folk della loro regione, al progetto con Massimo Priviero e Daniele Biacchessi, Storie dell’altra Italia. Solo che essere liberi di pensiero, a volte, comporta anche dover pretendere libertà artistica, e questo poco si sposa con il lavorare con realtà ministeriali come le major che, nonostante un seguito fedele e costante, se li lasciano sfuggire di mano. Produzioni sempre più indipendenti, le loro, e soprattutto un continuo tornare sul proprio e altrui repertorio, senza affrontare inediti.

Poi succede che il mondo scopre il crowdfunding, e la Gang decida di provarci. Chiama a raccolta i propri fan, chiedendo 6mila euro per registrare il nuovo lavoro, Sangue e cenere. Una manciata di canzoni potenti, cariche di storie da raccontare, ancora una volta storie di ultimi, di resistenti, di persone cui il potere ha tolto forse la vita, ma mai la dignità. Ecco il miracolo, i fan accorrono, come non può che capitare in questi casi. La cifra richiesta viene presto superata, e alla fine quasi decuplicata. Così la Gang può incidere l’album tornando a una produzione degna del suo passato, proprio come nei primi anni Novanta. Forse anche di più. A produrre il tutto viene chiamato il cantautore americano Jono Manson, e le registrazioni si muovono tra Italia e USA vedendo coinvolti anche artisti al fianco di un altro rockettaro che ha fatto del raccontare storie di resistenti il suo marchio di fabbrica, Bruce Springsteen. L’album, che suona molto rock oriented e ci regala una musica fuori dal tempo, inanella una serie di storie di quelle che ci riempiono il cuore, ci fanno pompare il sangue nelle vene, ci invitano ad alzare la testa e non piegare mai le gambe. Storie di resistenti, lo ripeto, di migranti, di emarginazione e solidarietà. Scrivere canzoni per tramandare una tradizione di storytelling, questa la missione che Sandro e Marino Severini sembrano essersi dati. Scrivere canzoni da cantare sulle barricate, citando un lavoro che ormai risale a oltre trent’anni fa. Comunque la pensiate, sentite Marino cantare “comunista è chi ferma la mano che alza il bastone” e poi provate a non essere d’accordo con lui, se ci riuscite.