FIGLIO DI NESSUNO di Vuk Ršumovic – Serbia 2014, dur. 97 – con Denis Muric, Milos Timotijevic

Il cinema ad altezza bambino va oltre la selvaggia lezione di Truffaut e si colloca nelle pieghe antropologiche di odi e conflitti etnici contemporanei. La storia vera è quella terribile e affascinante di un bambino cresciuto tra i lupi che ringhia, morde e non parla, ritrovato da alcuni cacciatori nei boschi bosniaci nel 1988. Il bimbo viene educato non senza problemi in un istituto di Belgrado, dove scopre che si vive su due zampe e si usa la forchetta, poi viene “reinserito” in una società che sta tragicamente frammentandosi per far posto alla guerra ex jugoslava. Inseguito, perseguitato, additato come diverso (“il turco”) il piccolo Pucke finirà prima soldato e di nuovo, con una straordinaria ellissi, figlio dei lupi. Non c’è pietà e lieto fine per il cucciolo protagonista, ma solo un continuo sballottamento tra anelito umanista e violenza di morte, a cui si può perfino preferire un roussoiano “stato di natura”. L’opera prima del serbo Rsumovic lascia di stucco per rigore etico e compressione dei fotogrammi, per affinata scelta del ritmo del racconto ed elegante simbolismo figurativo. Sempre con macchina a mano, anche per i campi lunghi, la regia pone al centro dell’obiettivo per ogni sequenza il giovanissimo attore, alternando momenti di vivo realismo a sequenze sognanti (la proiezione delle ombre cinesi sul muro è da favola), per un film invisibile che merita rispetto e amore incondizionati. 4/5

THE FIGTHERS di Thomas Cailley – Francia 2014, dur. 98 – Con Adele Haenel, Kévin Azaïs

Madeleine ha 20 anni è atletica, un po’ sconclusionata, invaghita dall’ordine militare e convinta che avverrà l’apocalisse. Arnaud è suo coetaneo, più riflessivo, infastidito dalle smargiassate, bonariamente indeciso sul suo futuro. I due si scontrano in una lotta fisica sulla spiaggia durante le vacanze estive: si annusano, si studiano, vanno insieme ad un campo di addestramento dell’esercito, si sfiorano e rilitigano, poi lentamente slittano in una dimensione idilliaca, spazio boschivo aquitano, si isolano dal mondo, e infine costruiscono l’unico avvenire possibile, insieme. Lascia folgorati l’opera prima di Thomas Cailley, osannata in Francia, afflato libertario sull’amore tra due esseri umani giocata sul terreno inusuale della sopravvivenza. Libertà formale nell’inquadratura, rimescolamento continuo del tono della narrazione (comico, drammatico, fantascientifico), commento straniante di musica elettronica, The fighters (in originale il più delicato e comprensibile Les Combattants) propone un sottotesto metaforico sul futuro delle giovani generazioni: solidarietà e amore di un paio di lottatori che non si arrendono ad essere come sono, compresi i loro difetti, vincono rispetto a lamentazioni e fughe all’estero. Imprevedibile e godibilissimo. 4/5

BLACK SEA di Kevin Macdonald – Usa, 2014 dur. 115 – Con Jude Law, Ben Mendelsohn

C’è il capitano Robinson pronto a tutto per riscattarsi dai fallimenti della vita, un sottomarino arrugginito che torna in azione, un equipaggio di teste calde metà inglesi e metà russe, e un immenso carico d’oro da recuperare affondato nel mar Nero che Hitler volle offrire a Stalin in nome di una pace che mai avvenne. Le coordinate evocative del thriller ci sono tutte. Se ci aggiungiamo una regia a proprio agio in un’unica unità di spazio chiusa (i cunicoli metallici del sottomarino), e una scrittura compatta e precisa tra continui colpi di scena e vigile staticità dell’attesa, Black Sea va consigliato per una visione claustrofobica con atmosfera basculante ai neon rossi, spruzzi d’acqua, folate bollenti di vapore, riflessi di luce dai macchinari per consentire realistici primi piani. Non pago di una messa in scena spettacolare (produzione anglorussa) l’artigiano avventuriero Kevin McDonald pennella anche un latente conflitto tra patrie e classi. Imperdibile Jude Law, grosso e quasi pelato mentre tenta di affermare il suo triste e disperato personaggio in un mare di straordinari ceffi caratteristi. 3/5

LE VACANZE DEL PICCOLO NICOLAS di Laurent Tirard – Francia 2014, dur. 97 – Con Mathéo Boisselier, Kad Merad

Le petit Nicolas, capitolo due, esterno spiaggia della Normandia. Per chi aveva apprezzato il primo film tratto dalla matrice ‘comics’ da primissimi anni ’60 (storia di René Goscinny e disegni di Jean-Jacques Sempé), campione d’incassi in Francia nel 2009, rimarrà un po’ deluso dalla nuova incursione nel mondo del fumetto. Laurent Tirard abbandona baldanza ritmica, deformazione scenica, cromatismi sgargianti, e persino l’onnipresente voce fuori campo di Nicolas, per un sequel più rallentato, quasi di maniera, totalmente sbilanciato sulle vicende degli adulti in vacanza modello Sapore di Mare. A parte un paio di carrellate a descrivere gli amici del mare Nicolas, protagonista assoluto delle strisce originarie, finisce quasi in secondo, terzo piano rispetto alla star Kad Merad (il padre) e ai momenti da pochade a dire il vero mai sbracata. 2/5

MIA MADRE di Nanni Moretti – Italia 2015, dur. 106 – Con Margherita Buy, Nanni Moretti

“Nanni spostati che non vedo il film”, disse molti anni fa Dino Risi sui film di Moretti. Ma ora che Moretti si è spostato, usando come protagonisti dei doppi (Orlando ne Il Caimano, Piccoli in Habemus Papam), non si riesce più a vedere il film. L’elegia funebre sulla morte materna morettiana è il lavoro più etereo e impalpabile dell’apprezzatissima filmografia del nostro. Diversi i colpevoli: da una malcelata inadeguatezza e insicurezza borghese di fronte al cambiamento (ergo, non c’è un particolare, uno spazio, un dialogo che non siano già stati immaginario morettiano in precedenza), ad una Buy (regista su un set di un film su degli operai che non vorremmo mai vedere) usata per far filtrare emotività, senso e direzione dell’opera sostituendo il totem Moretti attore. Ma il deus ex machina rimane lui (qui fratello della protagonista), e la Buy/regista da possibile filtro si fa doppia schermatura, respingente, del dolore. Mia Madre è così un film più che sulla morte, su un generico panico dell’attesa del lutto e in questo la solita nevrotica Buy riesce a meraviglia. Inoltre se il cinema di Moretti non ha mai avuto nell’aspetto visivo il suo più alto e ricco significato, qui la sottrazione continua di dettagli del dramma – operazione inversa del riuscito La stanza del figlio – essicca il risultato ad uno striminzito reiterare delle solite inquadrature morettiane: mezzo busto in campo e controcampo sul tavolino delle baracchine, figura intera  panchina del parco per lo spaesamento catatonico. Oltre alle interpretazioni extrafilmiche di amici e conoscenti esegeti, e allo spunto intimo e personale di partenza altrettanto extrafilmico più legato al personaggio pubblico Moretti, nel film Mia Madre non c’è granché di cinematografico da vedere. Ed è un vero peccato. 2/5