Un ragazzino bruciato vivo perché di religione cristiana. È accaduto a Lahore, in Pakistan, dove un 14enne cristiano è stato dato alle fiamme da un gruppo di giovani che non conosceva. Il gruppetto di ragazzi si stavano recando in moschea quando ha incontrato il giovane per la strada. Lo hanno fermato e, dopo avergli chiesto se fosse di religione cristiana, lo hanno picchiato, hanno gettato sul suo corpo della benzina e lo hanno bruciato vivo.

La notizia è stata trasmessa dall’agenzia Fides – organo di informazione delle Ponteficie opere missionarie – lunedì 13 aprile, quando il ragazzo era stato ricoverato in ospedale con il 55% del corpo interessato dalle fiamme. Dopo due giorni di agonia è morto. Sono state le parole del giovane a permettere una prima ricostruzione dell’aggressione: “I giovani che mi hanno aggredito erano dei perfetti sconosciuti. Hanno iniziato a percuotermi dopo che io ho detto di essere cristiano. Ho provato a scappare ma mi hanno inseguito e cosparso di benzina. Mi sono buttato su un mucchio di sabbia e alcuni passanti mi hanno aiutato a spegnere le fiamme”.

Secondo alcuni osservatori, potrebbe trattarsi di una vendetta per il linciaggio di due musulmani avvenuto nel mese di marzo a Youhanabad, a seguito dell’attacco del gruppo talebano pakistano Jamaat-ul-Ahrar contro due chiese cristiane costato la vita a 15 persone. In Pakistan l’odio di matrice religiosa è dilagante e gli episodi che vedono coinvolte delle vittime a causa della loro fede si moltiplicano. È di novembre 2014 la notizia di una giovane coppia arsa viva – anche il quel caso -, spinta con la forza in una fornace da un gruppo di musulmani perché accusata di blasfemia. Esattamente un anno prima l’attentato in una chiesa cristiana a Peshawar era costato la vita a 81 persone.

James Channan, direttore del Peace Center a Lahore ha commentato l’accaduto: “Siamo nel periodo storico peggiore per la vita dei cristiani in Pakistan. Discriminazione, sofferenza, oppressione spesso diventano vera persecuzione“. Anche Mervyn Thomas, direttore dell’Ong “Christian Solidarity Worldwide” si è espresso sull’episodio: “Credere che si possa uccidere un ragazzo per una semplice professione di fede è profondamente preoccupante“.