Se fosse un personaggio della letteratura, sarebbe un moderno Don Abbondio, vaso di coccio tra i vasi di ferro dei Paesi più potenti, timoroso nell’esprimersi con chiarezza per paura di danneggiare i propri interessi economici. E’ il ruolo che il governo italiano si è ritagliato nella polemica scatenata dalla Turchia contro la Santa Sede in seguito alle parole di Papa Francesco sul genocidio armeno. Un’Italia ossequiosa, cerchiobottista, ” furba e provinciale”, che “non vuole disturbare nessuno” e che non si azzarda a riconoscere che quello sterminio “è una realtà storica” per non indisporre questo o quel capo di Stato.

“Credo che non sia mai opportuno per un governo prendere delle posizioni ufficiali su questo tema”, metteva le mani avanti il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Sandro Gozi lunedì, interpellato sullo scontro tra il Vaticano e Ankara. “Una cautela dovuta a un atteggiamento misto di paura e furbizia che caratterizza la politica estera italiana – spiega a IlFattoQuotidiano.it Marcello Flores D’Arcais, docente di Storia comparata e Storia dei diritti umani dell’Università di Siena – un atteggiamento molto provinciale. I politici italiani credono che parlare di un fatto su cui dal punto di vista storico non esiste alcun dubbio, come quello che ebbe luogo in Armenia 100 anni fa, possa costituire un elemento negativo nei confronti dei rapporti economici e diplomatici con la Turchia. Eppure non sarebbe neanche una novità: negli ultimi anni il Parlamento ha discusso alcune mozioni sul tema. Il fatto è che non si vuole dare enfasi alla questione per non irritare il governo turco, anche è fuori di dubbio che il genocidio sia una realtà storica”.

E non solo con la Turchia: “Ora molti osservatori suggeriscono che la cautela italiana sia dovuta soprattutto al fatto che oggi il paese che è più in contrasto con l’Armenia è l’Azerbaijan – continia Flores, che a Siena dirige anche il Master europeo in Human Rights and Genocide Studies – con il quale l’Italia ha una serie di interessi economici come la costruzione di gasdotti (quello del Trans-adriatic pipeline, che nei progetti dovrebbe collegare l’Italia all’Azerbaijan attraverso la Turchia, permettendo l’afflusso nella penisola di gas naturale proveniente da Caucaso, Mar Caspio e Medio Oriente, ndr). E nei confronti dell’Azerbaijan, che è un dei Paesi peggiori in materia di rispetto dei diritti umani, l’Italia si è sempre ben guardata dal dire alcunché“.

Meglio ancora, anzi, far parlare due esponenti del governo e fargli dire due cose diverse che accontentino entrambe le parti in causa: al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, strenuo fautore dell’inopportunità di prendere posizione sul tema, rispondeva a stretto giro Paolo Gentiloni, contraddicendolo: “L’Italia – spiegava il ministro degli Esteri – ha più volte espresso solidarietà e vicinanza al popolo e governo armeno per le vittime e le sofferenze inflitte 100 anni fa”. La strategia è sempre la stessa, spiega ancora Flores: “Da una parte si tiene a far sapere che si è consapevoli del fatto che il genocidio c’è stato, dall’altra si corre a specificare: ‘Ma perché dobbiamo chiamarlo genocidio? Ci pensino gli storici a definirlo in questo modo’. Un atteggiamento imputabile a una certa furbizia, dovuta alla paura di perdere affari, di non riuscire ad avere tutti i vantaggi possibili nel contesto di queste spartizioni economiche che ci sono in quel Paese”.

Una strategia cerchiobottista consolidata, vittoriosamente (per i fini del governo) adottata anche il 27 febbraio scorso, quando l’aula della Camera era stata chiamata ad esprimersi sul riconoscimento dello Stato di Palestina. Il governo, per bocca del ministro Gentiloni, si disse favorevole al riconoscimento, ma la maggioranza presentò due mozioni contrastanti: una, elaborata dal Pd, che prevedeva espressamente il riconoscimento; l’altra, firmata dal Nuovo Centrodestra, che promuoveva genericamente “il raggiungimento di un’intesa politica tra Al-Fatah e Hamas”. L’aula di Montecitorio espresse parere favorevole a entrambe le mozioni, legittimando il cortocircuito logico escogitato per non scontentare né Israele né l’Autorità Nazionale Palestinese, che provocò l’esultanza di entrambe le parti: se l’ambasciata israeliana a Roma si diceva soddisfatta “della scelta del Parlamento italiano di non riconoscere lo Stato palestinese”, il rappresentante diplomatico palestinese ringraziava l’Italia per il riconoscimento.

“Forse Gozi  – continua Flores – pensa che, se va in Germania, Renzi non possa parlare con AngelaMerkel del fatto che durante la seconda guerra mondiale i nazisti commisero un genocidio oppure che se il premier  va in Israele è meglio che non usi il termine ‘genocidio’. E’ una follia, anche dal punto di vista logico. C’è poi un’altra contraddizione profonda”. Quale? “E’ stato appena approvata al Senato, e la prossima settimana comincerà il suo iter alla Camera, la legge che introduce in reato di negazionismo per punire chi nega fatti come il genocidio e poi un esponente del governo dice che l’esecutivo non deve prendere posizione sul tema”.

Così, se l’Italia centellina con mano tremante atti e parole, sulla questione del genocidio armeno – così come sul riconoscimento dello Stato Palestinese – l’Europa una direzione chiara l’ha presa da tempo. Mercoledì l’Europarlamento si schiererà con il Papa: alla vigilia del voto su una mozione comune, tutti i gruppi parlamentari hanno presentato documenti di condanna del “genocidio armeno”, chiedendo che tutti gli stati membri e la stessa Turchia lo riconoscano ufficialmente. In particolare, una mozione targata Ppe invita i paesi Ue che ancora non l’hanno fatto a riconoscere il genocidio di un milione e mezzo di cristiani armeni e la Turchia a “venire a patti con il suo passato”.