Sono l’ultima spiaggia del razzismo socialmente accettato: l’etnia contro la quale si può liberamente inveire, berciare qualunque insulto, proporre qualsiasi provvedimento repressivo senza incorrere nella censura dei media, anzi conquistando le luci della ribalta della Tv generalista (privata o anche, vergognosamente, pubblica) e mietendo il consenso di un popolo che ha dimenticato troppo facilmente la propria fama di maggior esportatore al mondo di straccioni e delinquenti.

Sono accusati di qualsiasi nefandezza: dal furto in casa al sequestro di minori, dalla scarsa confidenza con le norme igienico-sanitarie alla poca voglia di lavorare. Sono ormai identificati con le sfortune di questo Paese disperato, sono l’obbiettivo politico ideale per chi voglia vigliaccamente mietere consensi senza farsi dei nemici troppo potenti. Eh già, perché questa è la triste e sporca verità: i rom in Italia sono solo 180.000 e, eccezion fatta per quelli che ci speculano per campare, non interessano a nessuno.

Ma chi sono davvero i rom? Da dove vengono? Proviamo a ricostruirne il percorso con un rapido excursus.

Le prime notizie sulle comunità nomadi risalgono ai secoli IX/XI d.C. e concernono popolazioni migrate dall’India settentrionale verso l’Europa per stanziarsi tra Turchia e Grecia. Proprio in Grecia sono segnalati i primi insediamenti europei degni di nota (non per caso lo steso termine “zingari” avrebbe origine dalla parola greco medioevale “a-tsínganoi”), mentre col passare dei secoli si possono individuare due diverse direttrici per le successive migrazioni: verso il nord Europa (fino a giungere in Germania, Olanda e, successivamente, in Francia) e verso il bacino mediterraneo (Italia, Spagna). Le comunità più popolose si formano tuttavia lungo il percorso e, più precisamente, nelle regioni balcaniche e nell’Est-Europa (Albania, ex-Jugoslavia, ma anche Bulgaria e Romania) dove tutt’ora risiedono.

Questa situazione permane sostanzialmente invariata sino al secondo conflitto mondiale quando esplode il dramma del “Porrajmos” (letteralmente “divorare”), ovvero l’uccisione indiscriminata di 500 mila nomadi, la completa sparizione di Rom, Sinti e Jenisch da intere zone d’Europa (in Olanda dopo la guerra non esisteva più nemmeno un “nomade”!) e la creazione di campi di prigionia in tutto il continente (26 solo in Italia).

Dal punto di vista economico, le comunità nomadi si integrano, epoca per epoca, a sufficienza con i territori di residenza. Almeno fino a quando le loro attività caratteristiche (piccolo artigianato, allevamento, commercio di bestiame) non diventano incompatibili con il modello economico generato dalla rivoluzione industriale. Non a caso il problema dei “campi” emerge in Italia solo negli anni ’60, quando l’economia perde definitivamente le residue forme pre-industriali (prevalenza del settore agricolo, tolleranza del commercio itinerante, rilevanza della pastorizia) privando i Rom delle fonti di sostentamento e riducendo il nomadismo a sinonimo di vita nelle baracche. A tal proposito è anche bene ricordare che il sistema dei campi attrezzati, lungi dall’essere spontaneo, è immaginato dalle pubbliche autorità proprio come fase di transito tra il nomadismo puro e la vita in alloggi di tipo ordinario (sono gli anni, non dimentichiamolo, dell’esplosione della spesa sociale e dell’edilizia popolare gratuita): come diceva Flaiano, però, in Italia niente è più definitivo di ciò che è provvisorio…

Ad ogni modo, dopo il Porrajmos la pace dei Rom, apparentemente, è ristabilita.

Apparentemente, appunto. Complice il silenzio dovuto al disinteresse e al fastidio verso una comunità ovunque marginale, le persecuzioni conoscono in realtà nuove fioriture: nell’Europa dell’Est, dopo il crollo del comunismo (in Romania negli anni ’90 ci sono vere e proprie persecuzioni razziali e viene addirittura rinverdita la tradizione dei ghetti) e, udite, udite, nella civilissima Svizzera.

Quest’ultima vicenda merita di essere raccontata più d’ogni altra, poiché rappresenta la miglior cifra del complesso di pregiudizi e violenze subite nei secoli dai nomadi. Per farlo dobbiamo però fare un salto indietro al 1926, quando Alfred Siegfried (un insegnante di ginnasio cacciato da scuola per pedofilia) diventa inopinatamente responsabile della sezione Scolarità Infantile della Fondazione “Pro Juventute”. Convinto di avere la giusta soluzione alle difficoltà di integrazione della comunità nomade, fonda il programma “Hilfswerk fur die Kinder der Landstrasse” (Opera di assistenza per i bambini di strada): esso prevede di “sradicare il male del nomadismo, fin dall’infanzia, attraverso misure educative sistematiche e coerenti” e cioè procurando, da un lato, la separazione dei bambini dai genitori mediante ricoveri in cliniche psichiatriche e in case di detenzione e, dall’altro, la sterilizzazione forzata degli stessi genitori.

Il programma, finanziato da privati e istituzioni, prosegue fino al 1974 quando, grazie alle battaglie della comunità nomade sopravvissuta a questo drammatico tentativo di pulizia etnica, giungono all’attenzione dell’opinione pubblica numerosi episodi di abuso sessuale, violenza, sfruttamento sul lavoro e trattamenti psichiatrici forzati.

Tra le molte vittime della Fondazione la più famosa (o, meglio, la meno ignota) è Mariella Mehr: Mariella, nata il 27 dicembre del 1947, fu tolta alla propria madre mentre era piccolissima e crebbe spostandosi tra ben 16 case famiglia e in 3 istituzioni educative; a 18 anni fu anch’ella privata del figlio in fasce e a causa delle ovvie resistenze subì 4 ricoveri in ospedali psichiatrici (con tanto di elettroshock), venendo infine reclusa per 19 mesi nel carcere femminile di Hindelbank nel Cantone di Berna. Oggi risiede in Toscana, dove si dedica a pieno regime alla letteratura e alla poesia ed è divenuta la memoria storica delle persecuzioni subite dal proprio popolo. Un popolo ogni giorno insultato, perseguitato, violentato e, ironia della sorte, accusato spesso di dedicarsi proprio al crimine subito da Mariella e da molti suoi consanguinei: “rubare” i bambini.