Nel giorno dell’anniversario del terremoto de L’Aquila del 6 aprile 2009, una ricorrenza la cui sintesi lascerei alle parole dello slogan “Il fatto non sussiste ma uccide”, ideato dalle famiglie delle vittime il 5 aprile sera di questo anno, impegnate in una fiaccolata, sembra diventare anche l’occasione sfortunata per tornare a parlare di liberismo, questo conosciuto – ahimè – con il difetto, grave e non poco, di consegnare ai cittadini soluzioni più dispendiose, mai realizzate per i loro interessi; e diventa altresì la circostanza triste per ricordare i soldi spesi, con le soluzioni scelte dallo stato, mai per consegnare alle famiglie un tetto sulla testa “per sempre”, ma ancora una volta per favorire società a cui vengono assegnati appalti per costruire palazzi. Questo è stato per L’Aquila.

Risultato finale: nessuna responsabilità verso le famiglie, che nel caso specifico, si sarebbe valutata nel mettere gli aquilani in appartamenti dignitosi, dove la manutenzione è roba di ordinaria amministrazione, non un miraggio.

Cosa raccontano le testimonianze, invece? Una diversità di disagi, tutti gravi. Chi abbandona le new town a causa delle fogne aperte. Chi lamenta delle infiltrazioni di acqua, come la mancanza di manutenzione. Qualcuno ricorda che sotto i porticati esce l’acqua dai bagni.

Tutto questo, poi, come se il dramma del terremoto per gli aquilani non fosse mai abbastanza. Insomma, per loro l’incubo è parte della vita quotidiana.

E non è possibile tralasciare persino dei numeri, in questo caso.

Da una parte quei 2700 euro a metro quadro, spesi per costruire le new town, in soldoni un costo pari a tre volte una normale abitazione; dall’altra quelle 700 famiglie che oggi vivono “sigillate”, senza poter uscire nei propri balconi, del tutto pericolanti. Sono 700 dunque le famiglie con il rischio di perdere il proprio tetto.

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A oggi ad averci guadagnato non sono di certo le famiglie in difficoltà, che sembrano vivere ancora brancolando nel buio e sono proprio questi, del resto, i risultati del liberismo di cui parla con attenzione e precisione Paolo Berdini, in Le città fallite. I grandi comuni italiani e la crisi del welfare urbano.

Sono questi i risultati di una politica abitativa che dagli anni Ottanta ha iniziato a operare senza regole, ignorando regole urbanistiche, deturpando i territori, fino a dimenticare oggi che dietro una calamità naturale come un terremoto, occorre ricordare, in primis l’operato degli uomini, di una società che ha ragionato solo in termini di speculazione edilizia e che in qualche modo, poi, la tragedia se le è andata cercare, con amare conseguenze per i suoi cittadini.

E in fin dei conti, se ci soffermassimo solo un momento ad ascoltare le parole di chi è costretto ad abbandonare il proprio tetto per finire sotto un altro, per un tempo momentaneo, come il caso della signora Diana, risulta sufficiente per ammettere, e non è assolutamente consolatorio, che cambiano le città, mutano gli scenari, ma la sofferenza e la mancanza di politiche abitative adeguate e l’assenza di un interesse puro per i cittadini sono le stesse. Come la sofferenza e le paure di chi non ha un tetto solido sopra la testa.