Stasera, alle 21:15, su Rai5 il mio appuntamento con “L’arte secondo Dario Fo”. La puntata è dedicata ad Andrea Mantegna. Eccone un’anticipazione.  

Andrea Mantegna è il pittore del Rinascimento italiano ritenuto a giusta ragione uno dei maggiori artisti del Quattro – Cinquecento. Le sue opere, insieme a quelle di Leonardo, erano considerate fra i maggiori capolavori di tutti i tempi.  

Poco prima del 1486, il Marchese Francesco Gonzaga diede il compito a Mantegna, già ingaggiato per molte opere dedicate alla casata di Mantova, di realizzare una serie di tele gigantesche: si trattava dei Trionfi di Cesare, dedicati all’imperatore romano appena tornato dalle vittorie sui galli. In verità si metteva in scena un’allegoria dove, sotto il pretesto di onorare l’Augusto Imperatore, di fatto si glorificava il Marchese di Mantova proveniente a sua volta da una vittoria militare, presentata con molta ironia dalla maggior parte degli storici. Infatti, il maggior numero di combattenti periti nello scontro di Fornovo risultava proveniente dalle file dell’esercito formato da molti italiani in conflitto con l’armata di Carlo VIII di Francia. Giulio Cesare è rappresentato sul carro del trionfo esaltato dall’entusiasmo dei suoi uomini, ma non dimostra alcuna partecipazione al rito. Anzi, appare visibilmente annoiato e si guarda intorno quasi a chiedersi: “Ma quando cominceranno con ‘sta fastidiosa parata?!”  

Trionfi-Cesare-Mantegna-Fo

Elefanti, buoi da sacrificare e ragazzini trascinati  

Nelle altre tele dipinte che seguono, ognuna di circa 3 metri x 3, appaiono elefanti, buoi da sacrificare e giovani seminudi che incoronano il vincitore. Quindi, quasi con il compito di entrare nei particolari della rappresentazione, nella scena successiva sono rappresentati donne e uomini, quest’ultimi calzanti il zucchetto tipico degli ebrei. È inutile ricordare che nei secoli dell’Umanesimo, in ogni città italiana, gli israeliti erano costretti nel ghetto e spesso perseguitati dai vari tribunali religiosi, spogliati dai loro beni e della loro dignità. Quindi, l’allusione alla cronaca del tempo è abbastanza palese: non per niente questo dipinto è chiamato Scena dei prigionieri. Nel bel mezzo del gruppo catturato in primo piano c’è un bambino. Dietro di lui si intravede un altro ragazzino in ombra. Il piccolo prigioniero in luce regge un fiore. È posto quasi di schiena, ma la sua faccia è girata verso di noi che lo guardiamo e i suoi occhi ci scrutano proprio come si osservano degli estranei.  

L’immagine di quel bimbo ci fa immediatamente venire in mente una foto, scattata da non si sa chi, per riprendere un gruppo di famiglie ebree trascinate dai nazisti verso camion sui quali saranno trasportati ad Auschwitz. Il bambino della foto non si capacita di ciò che sta succedendo, proprio come l’altro fanciullo – a sua volta ebreo – del dipinto di Andrea Mantegna. Appresso scorgiamo un altro gruppo di gente che, per i loro atteggiamenti, possiamo ben indovinare si tratti di una compagnia di attori, o meglio comici, come venivano definiti allora. Non va dimenticato che già dalla fine del Quattrocento ha inizio la cosiddetta diaspora dei commedianti. Cento e più compagnie di teatro vennero costrette a lasciare le loro città per emigrare nei vari paesi d’Europa a cominciare dalla Francia, alla Germania, all’Inghilterra e perfino alla Spagna. È ben noto che quei commedianti scacciati dall’Italia trovarono in ogni paese in cui si trovavano ad emigrare un successo straordinario. Questo ci fa scoprire che spesso l’essere scacciati dal proprio paese si trasforma in una fortunata condizione!  

Ma tornando alla tela, sopra il gruppo degli ostaggi scorgiamo degli sventurati che da dietro le sbarre di una finestra si godono la scena.  

Si godono per dire… giacché quegli spettatori, uomini donne e ragazzini, hanno tutta l’aria di non essere spettatori liberi ma, a loro volta, in cattività, costretti dietro le grate fitte e invalicabili di una galera. Insomma, proprio un trionfo di gioia!  

Tornando agli attori costretti ad emigrare, bisogna dire che in verità in alcune singole città della nostra penisola non ci fu la cacciata ma, anzi, le poche compagnie rimaste in loco continuavano a godere di un successo e un’accettazione straordinaria. Questo succedeva a Padova, dove recitava Ruzzante con la sua compagnia e, guarda caso, proprio a Mantova che, fra l’altro, è la prima città in Italia dove esisteva un teatro in cui si esibivano quasi ogni giorno compagnie protette dalla Marchesa Isabella d’Este, moglie di Francesco Gonzaga, ritenuta la donna più colta e generosa fra tutte le nobili d’Europa.  

Le tele che seguono, una appresso all’altra, raccontano della sfilata gloriosa dei partecipanti alla rappresentazione. Qui ci rendiamo conto che, rispetto alle prime tavole dei Trionfi, ogni enfasi retorica è completamente sparita. Più che a una marcia trionfale, assistiamo piuttosto a una fuga di briganti che hanno appena saccheggiato ville e palazzi e si stanno in tutta fretta allontanando dalla città per darsi ai campi. L’allusione al finale della battaglia di Fornovo con i saccheggi e le razzie messe in atto dai cosiddetti vincitori è addirittura scontata. Il loro aspetto e gli abiti che indossano non hanno niente di marziale. Non si tratta di soldati di un esercito regale e nemmeno di ventura: fan parte di bande arraffanti che seguono i combattenti alla sola ricerca di bottino, pronti dopo ogni strage a spogliar morti, infatti fra di loro uno solo porta una spada.  

“Pagatemi e portate via tutto prima che ci ripensi”  

Un secolo più tardi, le nove tele dei Trionfi furono messe in vendita: evidentemente la casata dei Gonzaga si trovava in pessime condizioni economiche. Gli acquirenti si presentarono numerosi, l’offerta maggiore la fece il Re d’Inghilterra Carlo I che inviò immediatamente due incaricati per il pagamento e la consegna dei nove dipinti. Ma ecco che al momento di stipulare il contratto il Duca di Mantova si rifiutava, dichiarando di averci ripensato, e di essersi reso conto che potersi spogliare di quell’opera gli era impossibile. All’istante aveva compreso il valore immenso che quelle nove tele avevano per lui e per tutta la sua corte. Ma i due acquirenti insistettero e proposero di pagare una cifra maggiore. A questo punto il Gonzaga disse: “D’accordo, pagate e portatevi via in fretta questa quadreria. In fretta, prima che ci ripensi un’altra volta!”. Preoccupati che davvero il duca ci ripensasse, gli inviati inglesi si diedero da fare per staccare rapidamente i dipinti dai rispettivi telai. Purtroppo i bordi con il tempo si erano incollati alle aste e non restava che tagliarli. Servendosi allora di lame a rasoi, segarono letteralmente la tela, proprio in basso e in alto, mozzando anche i piedi della maggior parte dei personaggi.

Ma si sa che fin dai tempi antichi i mercanti e i collezionisti d’arte non hanno avuto scrupoli nel trattare con le opere d’arte. Sono migliaia i capolavori distrutti dai vescovi e dai principi per incuria e ignoranza. Quindi, in questo caso, non c’è di che meravigliarsi.

Il Fatto Quotidiano, 4 aprile 2015