Gli investigatori stanno analizzando la movimentazione bancaria di un conto corrente acceso allo Ior. È quello di monsignor Francesco Gioia, ex arcivescovo di Camerino, presidente della Peregrinatio ad Petri Sedem, l’istituzione che organizza l’accoglienza dei pellegrini nel Vaticano. Il monsignore è anche l’alto prelato in stretto contatto con la “cricca” delle Grandi opere, in particolare con il super direttore dei lavori Stefano Perotti e l’ex capo della Struttura di missione, Ercole Incalza. Quando i carabinieri del Ros, undici giorni fa, si sono presentati in casa sua per perquisirlo, il monsignore ha quasi avuto un malore e ha chiamato il suo avvocato di fiducia, Claudio Coggiatti, che da buon amico s’è precipitato ad assisterlo, nonostante il prelato non sia indagato.

Alla ricerca del legame tra il religioso e gli indagati
Gli investigatori cercavano agende, rubriche, documentazione informatica che riguardasse il legami del monsignore con gli indagati. Un legame provato da decine e decine di telefonate, ancora tutte da interpretare, che dimostrano però un fatto: monsignor Gioia – oltre che Perotti e Incalza premurava di incontrare anche importanti imprenditori, come Luca Navarra, della Società italiana costruzioni, che in quei giorni si aggiudicava l’appalto per la costruzione del Padiglione Italia all’Expo di Milano. “Sono state acquisite conversazioni – scrive il Ros nelle sue informative – che ineriscono l’interessamento di Gioia, presso il Perotti, in favore dei fratelli Navarra, cui fa capo la società Italiana Costruzioni”.

Il 19 ottobre 2013 l’arcivescovo chiede a Perotti di presentargli i fratelli Navarra e dice: “Dobbiamo dargli una mano… per introdurli… presso il responsabile… lo facciamo non per telefono”. Di quale responsabile si tratta? È uno degli interrogativi che si sta ponendo la procura di Firenze. Ed è una delle piste d’indagine che portano al Vaticano. Navarra non è l’unico imprenditore che l’alto prelato incontra negli ultimi due anni. Il Ros scrive ancora: “La mattina del 19 ottobre 2013 il monsignor Gioia risulta aver ricevuto una donazione di 2mila euro, da parte di Matterino Dogliani, a fronte di qualche aiuto che il primo gli avrebbe dato”.

Fa riferimento a delle “monete”: “Poi mi aveva dato… quando fece le monete qui in Vaticano… mi aveva dato 2mila euro… non per me! Insomma… lui voleva anche per me… ma non l’avrei accettata…”. Dogliani è un imprenditore che si occupa sia dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, sia della Pedemontana Veneta, dove Perotti è come al solito il direttore dei lavori. Il punto è che nelle intercettazioni il linguaggio del monsignore non è per nulla chiaro, anzi a volte appare omissivo: “Sono andato con… con quel mio amico… stamattina a prendere monete in Vaticano”, dice il prelato a Perotti, che gli risponde: “Ah, sì, l’ho visto poi a pranzo…”. “Ecco sì”, replica monsignor Gioia, “non facciamo i nomi…”. e aggiunge: “Poi gli ho detto che l’altro amico, dell’altra sera, gli ha detto di nominare una persona come direttore…”.

Dalle intercettazioni emerge poi che l’arcivescovo, dal binomio Perotti–Incalza, ha ottenuto un favore: l’assunzione di suo nipote alle Ferrovie Sud Est. Un primo nipote, invece, era già stato assunto da Perotti come autista sei anni fa. A spiegarlo al Fatto Quotidiano è proprio il suo avvocato: “L’assunzione dei due nipoti non può essere smentita, il primo in una ditta della famiglia Perotti, il secondo nelle Ferrovie sud est”. In cambio il prelato cosa ha offerto? “Nulla, non si trattava di un do ut des”.

“Oggi ha firmato il contratto…io ti devo ringraziare”
Il punto è che, a smentire il favore dell’assunzione, è proprio Incalza, quando il gip di Firenze Angelo Antonio Pezzuti gli contesta la seguente intercettazione: “Ercole, mio nipote oggi ha firmato il contratto… io ti ringrazio”. “Incalza – scrive il gip, che ritiene le sue dichiarazioni evasive e incongrue – ha risposto che monsignor Gioia lo ringraziava per aver agevolato la ristrutturazione di un edificio religioso”.

“Escludo in modo categorico che Incalza gli abbia fatto altri favori”, commenta l’avvocato del monsignore. “Non esiste alcun altro motivo di ringraziamento, da parte sua, se non l’assunzione del nipote. Né mi risulta alcuna ristrutturazione di edifici religiosi”.

Due versioni opposte. Che lasciano in piedi una domanda: perché Incalza non ammette di aver aiutato il monsignore ad assumere il nipote, che è il più leggero degli appunti a lui rivolti, prendendo in questo modo la massima distanza dal prelato? Intanto, nelle mani degli investigatori, c’è la “stampata” dei movimenti bancari dell’arcivescovo nei quali, ci spiega il suo avvocato , sono stati raccolti i risparmi di una vita. E non solo. “Allo Ior il monsignore accredita il suo stipendio di vescovo, che viene regolarmente lasciato là, perché ha un sogno: non utilizzarlo, per realizzare una missione. Poi ci sono le somme accreditate alla morte dei suoi genitori”. Un conto consistente, par di capire, se sommiamo eredità e stipendi mai utilizzati: “La consistenza è un criterio molto relativo”, ribatte l’avvocato.

Una tonaca molto frequentata dal giro di chi voleva un appalto
Esistono transazioni con Perotti, Incalza o altri indagati? “Assolutamente no”. D’altronde, la relazione tra monsignor Gioia e la famiglia Perotti, spiega sempre il suo avvocato, è davvero antica: “Conosce la famiglia Perotti da più di 35 anni, dal 1974, quando Stefano arrivò a Roma per studiare e lui divenne il suo precettore. Incalza, se non sbaglio, l’ha conosciuto invece circa otto anni fa, quando officiò il funerale della moglie. Poi i rapporti sono continuati”. Fino all’assunzione del nipote. E agli incontri con diversi imprenditori. Di certo, la figura del monsignore era parecchio gradita e frequentata nel giro di chi ambiva a ottenere appalti nelle grandi opere. Un uomo che poteva entrare e uscire dal Vaticano senza problemi, aveva conti allo Ior e che – lo ribadiamo – non risulta indagato. Ma sul quale gli inquirenti stanno cercando di fare chiarezza. A partire da quei movimenti bancari sequestrati, undici giorni fa, nella sua abitazione.

da Il Fatto Quotidiano del 26 marzo 2015