Accade che il malato immaginario provi un incontenibile fermento ogni qualvolta un trafiletto di giornale lo illude sulla prospettiva di una cura che lo possa finalmente liberare dal tormentoso labirinto in cui è imprigionato. Il miraggio viene presto frustrato da una valanga di smentite: il farmaco non è ancora in commercio, oppure alla prova dei fatti non funziona, oppure ancora risulta destinato a pazienti con caratteristiche diverse. Il problema del nostro Zeno tuttavia non risiede in un grattacapo fisico reale: il suo è un turbamento che segnala un rapporto guastato con la realtà e con sé stesso.

Alla stessa maniera, il mondano subbuglio che una certa sinistra manifesta di fronte all’ennesimo tentativo (ri)costituente è il preludio a una serie di immancabili dispiaceri. Maurizio Landini, che pur – va detto – è un uomo retto e coerente, si presenta in questi giorni come il redentore di una causa che ha già visto numerose iterazioni volte a risuscitare ciò che ormai non lo è più. Poco, eccetto nella personalità che la conduce e nell’ambiguità del nuovo contenitore che si vuole creare, distingue quest’operazione da tante altre condotte nel passato. Non differisce né per linguaggio – non basta dire di non volersi collocare alla sinistra del Pd – né per logica politica e, pur non avendo la sfera di cristallo, mi azzardo a dire che non lo farà nemmeno per risultati: per questo l’auto-accostamento con Podemos è ciò che più di stonato vi è nel progetto del sindacalista della Fiom.

Per proseguire con la metafora sveviana, la sinistra fatica a riconoscere che il problema non radica nel corpo, ma nella testa. Alla luce dei fallimenti, torna a pensare alla realtà come un’esteriorità persecutoria. Salvo estemporanei eccitamenti quando pezzi di un ceto politico-sindacale ormai alla corda vendono l’illusione di poter piegare la realtà al proprio servizio. Ciò che difetta a questa parte politica, così come al malato immaginario, è una modalità diversa di rapportarsi alla realtà.

La discesa in campo di Landini registra per l’ennesima volta la tragica inattualità della sinistra italiana, della sua incapacità di ripensarsi come progetto politico che aspiri alla dignità dell’essere umano. Questa presa di posizione non equivale a manifestare arrendevolezza e connivenza nei confronti di un sistema economico e politico ingiusto, così come hanno fatto la dirigenza Pci-Pds-Ds-Pd prima, e Renzi poi, in modo parossistico. Piuttosto, la consapevolezza dell’inattualità della sinistra italiana getta luce sull’impopolarità del repertorio semiotico lasciato in eredità dal Novecento e sull’incapacità di agglutinare i veri soggetti sfruttati della nostra epoca (precari, “neet”, lavoratori autonomi, disoccupati, pensionati sul lastrico), che sfuggono a teorie ormai datate ed esprimono il proprio disagio attraverso forme, simboli ed organizzazioni estranee alla sinistra.

In altre parole, non può che risultare fuorviante pensare al rappresentante di un settore economico-produttivo in ripiegamento numerico e ormai tutt’altro che centrale nella vita italiana come leader di un progetto che dovrebbe addensare attorno a sé le odierne realtà sociali schiacciate dal post-fordismo e dalla crisi. La possibilità che una parzialità passi a rappresentare un’universalità è una questione di plausibilità contingente: chi oggigiorno può identificarsi nella ruota dentata, nel martello, nel compasso e nella penna del logo Fiom, che campeggia dietro – o talora davanti – ogni apparizione del sindacalista? Ho l’impressione che l’esperimento landiniano non colga che per sradicare le identificazioni politiche esistenti e far convergere categorie eterogenee che ancora non si sentono nemmeno tali, il punto articolatore debba avere una certa attinenza con la realtà. Altrimenti, ancora una volta, sarà come predicare ai convertiti.

Poche settimana fa, a margine di un’intervista, ho chiesto a Íñigo Errejón, segretario politico di Podemos, chi fossero i loro interlocutori italiani. Al di là di nomi e sigle, mi raccontava di un fenomeno singolare: ogni qualvolta si rapportano con una realtà di sinistra italiana, ottengono elogi e assensi. Ma nel momento successivo dell’interlocuzione, la controparte italiana tenta di tradurre goffamente quanto ascoltato attraverso schemi a lei familiari, travisando interamente il messaggio e l’esperimento di Podemos. Un po’ come le bandiere della lista italiana pro-Tsipras che si agitavano ad Atene la notte della vittoria di Syriza in un’eccitazione che tradiva solo incomprensione. Non lamentiamoci poi se, nella migliora delle ipotesi, non si suscita altro che umana tenerezza.

@mazzuele