Quel che reputo essenziale da far passare nel lavoro clinico con gli uomini autori di violenza è l’atteggiamento non giudicante nei loro confronti. Spesso mi trovo di fronte ad opinioni ostili rispetto a questa mia convinzione. Non giudicare un “maltrattante” non solo non sembrerebbe possibile, ma è quasi sentito come un obbligo morale condannare una persona che ha avuto un comportamento violento. Puntare il dito fa sentire a posto con la coscienza, non costa nulla e si fa bella figura, ci si sente parte di una comunità che si esprime unanime senza remore. Il “maltrattante” è altro dalla collettività, anche se, stando alle cifre Istat che possediamo, molti di noi non devono essere stati esenti dall’avere a che fare con episodi di maltrattamento. Il processo con eventuale condanna, se necessario, verrà fatto da un giudice. Io però non lo sono, faccio un altro mestiere, fermo restando che è il comportamento ad essere maltrattante ed un reato, non la persona in sé. Certo essa può scegliere ed è quello che sta alla base del mio lavoro, interrompere la violenza è una scelta proprio come agirla.
Si parte sempre dal presupposto che gli autori di violenza siano persone con le quali non vorremmo mai avere a che fare, poi l’evidenza, per chi si occupa della cosa o vi matura una certa sensibilità, ce li fa riconoscere tra i familiari, tra gli amici, tra i colleghi di lavoro, tra i conoscenti e talvolta davanti lo specchio. Non c’è bisogno di arrivare ad uccidere una donna o a picchiarla fino a lasciarla a terra per compiere violenza, certo questi tipi di comportamenti hanno, a ragione, un maggiore risalto, sono più crudi, cruenti e pericolosi, ma è sempre difficile fare scale di gravità dei comportamenti maltrattanti perché in questo modo, se c’è sempre un comportamento peggiore, il rischio è che troviamo l’assoluzione a quel che riteniamo “meno peggio”. Dal togliere la vita ad una donna non si torna indietro, ma alcune donne vivono spesso nella paura, emozione che può devastare l’esistenza non meno della sua cessazione, altre possono subire degli episodi singoli e sporadici oppure si può semplicemente avere timore nel camminare da sole di notte. Sono tante le situazioni ed i contesti e, a volte, anche gli uomini possono essere vittime delle loro partner a causa di comportamenti che possono incutere paura e creare disagio. Rabbia e aggressività fanno parte integrante del bagaglio emozionale di tutti noi.

Sei anni fa mi dissero che, se volevo lavorare in situazioni di maltrattamento domestico, dovevo capire che parte la violenza rivestisse nella mia vita. Pensai che fosse davvero un’ottica estremizzata per guardare il fenomeno, che ci fosse più ideologia che concretezza, ma mi ci vollero pochi mesi per cambiare radicalmente prospettiva e capire il senso di quanto mi si chiedeva. Tramite i colloqui con gli uomini ho visto dove non vedevo, ascoltato dove non sentivo, toccato quanto non avevo mai toccato.

Per fare solo un esempio che possa essere alla portata quotidiana di molti, ho capito che uno schiaffo dato ad un bambino non ha alcuna valenza educativa e non ha alcuna giustificazione, è solo uno schiaffo ed esso è un comportamento violento di cui il genitore è l’unico responsabile. Quanti uomini e quante donne ancora oggi incontro convinte che qualche schiaffo, qualche sculaccione vadano bene e che non bisogna farne una tragedia, è una cosa  normale! Come sempre la normalità si presenta come quel che fa la maggior parte della gente, non necessariamente è un qualcosa di corretto solo perché espressione di una maggioranza. Un qualsiasi schiaffo è una violenza, è il fallimento della comunicazione, è il funerale dell’educazione.

Se voglio interrompere il maltrattamento a me interessa comprendere come la persona vi è arrivata, cosa sa e percepisce di quel che mette in atto. Un genitore che picchia può essere stato un figlio picchiato, un marito che svaluta sua moglie può aver visto costantemente il padre sminuire la madre e così via. Gli uomini possono ricalcare quanto appreso, ma possono anche non farlo, esiste sempre una propria capacità di imporsi rispetto a quanto appreso. A volte però c’è bisogno di una mano e di un sostegno.

Il comportamento va condannato senza esitazione, ma non la persona. L’atto violento non è identificativo dell’uomo o sovrapponibile in toto ad esso, ne sono talmente convinto che ogni giorno scelgo il mio mestiere, altrimenti lo cambierei.