Smentisce l’ex ministro dell’Interno Scotti, nega il presupposto della Trattativa e attacca persino il giornalista Sandro Ruotolo con 20 anni di ritardo. È durata quasi quattro ore l’autodifesa di Calogero Mannino al processo sulla trattativa Stato-mafia, dove l’ex ministro della Dc è imputato con il rito abbreviato davanti al gup Marina Petruzzella. Accusato di violenza a un corpo politico dello Stato (insieme ad altri undici imputati, processati davanti la corte d’assise di Palermo), per lui i pm Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia, Vittorio Teresi e Francesco Del Bene hanno chiesto nei mesi scorsi nove anni di carcere. “Il presupposto della trattativa non c’è”, ha detto Mannino recitando le sue dichiarazioni spontanee davanti al giudice. Poi tira in ballo una puntata di Samarcanda, la trasmissione televisiva condotta da Michele Santoro su Rai3, che il 25 maggio 1990 ospitò il giudice Giovanni Falcone. “C’era il giornalista Ruotolo vestito da carabiniere che – ha detto Mannino – portava in tv il pentito Spatola. E Falcone era in difficoltà. Gli dissero ‘signor giudice torni da noi'”. Poi l’ex ministro ha provato a smontare le accuse che lo vedono tra gli ispiratori dei colloqui tra il Ros dei carabinieri e Cosa Nostra. Mannino, poi, ha tirato in ballo l’ex ministro dell’Interno Vincenzo Scotti, teste del processo, che nel marzo del 1992 si fece portavoce di un nota riservata. Secondo la fonte Elio Ciolini, infatti, sarebbe stata pronta a scattare una strategia della tensione che avrebbe messo a ferro e fuoco l’Italia. “Il primo a definire l’allarme dato da Scotti come una patacca – ha sottolineato Mannino – non fu Andreotti, ma il ministro Claudio Martelli (anche lui teste del processo, nda). E solo dopo Andreotti fece sua quella definizione. Quindi Scotti – ha concluso Mannino – ha deviato dalla retta via della memoria”. Dichirazione che ha spinto il giudice a redarguirlo: “Capisco che lei abbia una bella oratoria e sappia molte cose, ma per la funzionalità del processo cerchi di trattare gli argomenti in esame”   di Giuseppe Pipitone e Pietro Giammona