Quella dei fratelli Navarra è una storia esemplare di come sia ben funzionante e lubrificato il meccanismo triangolare che lega costruttori, burocrazia e politica. Attilio Navarra, 46 anni, presidente della azienda di famiglia Italiana Costruzioni, e suo fratello Luca, 43 anni, sono indagati dalla procura di Firenze. Il sospetto è che, con la complicità dell’onnipresente Stefano Perotti, arrestato otto giorni fa insieme al gran visir del ministero Infrastrutture Ercole Incalza, e del dirigente di Expo Milano Antonio Acerbo, abbiano truccato la gara per l’appalto del Padiglione Italia dell’Expo, un lavoro da 25 milioni, aggiudicandoselo in associazione temporanea d’impresa con il consorzio veneto delle cooperative Coveco.

I Navarra, tra Meloni, Latorre e Casini
I Navarra sono costruttori noti e stimati, soprattutto a Roma. E infatti è facile notare che curano metodicamente la propria immagine presso il mondo politico, cioè presso quegli snodi del potere trasversale che finiscono poi per perpetuare il ruolo di burocrati onnipotenti come Incalza. La Italiana Costruzioni, come quasi tutte le aziende del settore, finanzia generosamente partiti e leader politici, stando bene attenta a non scontentare nessuno. Nel 2013, anno delle ultime elezioni politiche, i Navarra hanno unto con 30 mila euro le ruote del deputato pugliese Nicola Latorre (ex dalemiano di ferro) ma anche con 15 mila euro quelle di Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia). Per non sbagliare hanno anche dato 25 mila euro all’Udc di Pier Ferdinando Casini, genero del vero re di Roma, Francesco Gaetano Caltagirone, altro costruttore generosissimo nel finanziamento ai partiti, in particolare a quello di famiglia. (In tre anni – regionali 2010 e politiche 2013 – al minuscolo Udc vanno un milione di euro dei Caltagirone con versamenti da 100.000 divisi per figli e aziende). Ai Navarra interessa molto la loro città, Roma. Due anni fa si sono fatti dire grazie dal governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, che si è preso 25 mila euro. Chissà se ai Navarra piacciono di più le pacate idee riformiste di Zingaretti o i battaglieri spunti reazionari della Meloni. Apparentemente vivono da sempre nell’incertezza. Nel 1997 hanno dato 10 mila euro ad An e 60 mila ai Ds di Massimo D’Alema, che stavano al governo. Nel 2005 hanno finanziato i Ds (30 mila euro) che stavano conquistando la regione con Piero Marrazzo, nel 2010 hanno incentivato con 75 mila euro la conquista della Regione del Pdl, che aveva messo in campo Renata Polverini.
Un giro di soldi enorme lega da sempre il cemento e la politica. Per i partiti, i costruttori sono una specie di bancomat, sempre pronti a versare generosamente con la serena consapevolezza che quei soldi presto torneranno indietro moltiplicati per venti. Non sapendo se è nato prima l’uovo o la gallina, nessuno è in grado di escludere che siano i politici il juke-box dei costruttori: essi inseriscono le banconote, o anche solo la promessa dei soldi, e le pubbliche amministrazioni sfornano appalti, varianti in corso d’opera, revisioni prezzi, cambi di piani regolatori. A livello nazionale e locale. In mezzo, a far funzionare bene le cose, a far incontrare domanda e offerta e a fornire la soluzione tecnico-giuridica per le operazioni più spericolate o strampalate, i professionisti alla Perotti o i burocrati alla Incalza.

Costruttori e onorevoli 20 anni di donazioni  
È comunque il denaro che lubrifica tutto. Se si guarda il registro ufficiale dei finanziamenti ai partiti negli ultimi vent’anni salta subito all’occhio che sono proprio le imprese di costruzioni a fare la parte del leone. Scorrendo velocemente nomi e cifre si scopre che assommano a decine di milioni di euro i piccoli oboli distribuiti dagli imprenditori del cemento a quasi tutti i partiti. Il sospetto è che il grosso segua altre vie non tracciabili. È invece sicuro che imprese di quasi tutti gli altri settori si guardano bene dal buttare soldi nella politica. E viene da chiedersi, anche se la domanda è ovvia e la risposta scontata, perché le aziende meccaniche, o quelle che esportano, o quelle che stanno comunque su un mercato vero, non sentano il bisogno di appoggiare questo o quell’ideale, questa o quella visione del futuro del Paese.
I costruttori, invece, sembrano ansiosi di non veder disperso nessun barbaglio di pensiero politico. Basta prendere qualche esempio.

La Società Autostrade è bipartisan 
La società Autostrade, forse perché grata alla politica per una privatizzazione che ha consegnato a prezzo di saldo la ricca concessionaria al controllo della famiglia Benetton, nel 2006 ha festeggiato le elezioni politiche (vinte da Romano Prodi al fotofinish su Silvio Berlusconi) finanziando con 150 mila euro ciascuno: Prodi stesso, la Margherita, i Ds, An, Forza Italia, la Lega Nord, e l’Udc. Solo 50 mila euro all’Udeur di Clemente Mastella. In tutto 1 milione 100 mila euro che, per carità di patria, è meglio non sia stato spiegato ai piccoli azionisti con quali auspici sia stato speso.
È tutto abbastanza intuitivo. Chi lavora con il cemento deve coprirsi su entrambi i lati, perché chiunque vinca, bisogna lavorare.

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Todini, dai Ds a Forza Italia
Emblematico il caso della Todini Costruzioni. La numero uno, Luisa Todini, è stata europarlamentare di Forza Italia. Eppure ciò non è bastato a consolidarla in convinzioni ferree. Negli anni 90 ha registrato più finanziamenti ai Ds che a Forza Italia, nel terzo millennio è stata generosa con tutti: Forza Italia, An, e i Ds, fino ai 15 mila euro regalati direttamente a D’Alema nel 2004. Era ancora in Cda Rai la Todini, prima di traslare a Poste per la presidenza, quando nel 2013 la società di casa ha donato 60.000 euro a Forza Italia.

Parnasi, puntate sempre vincenti
E chissà se è di destra o di sinistra Luca Parnasi, altro grosso costruttore romano. Anche lui distribuisce qua e là, e si presenta sempre puntuale all’appuntamento con il vincitore: nel 2005 indovina il finanziamento da 40 mila euro al nuovo governatore del Lazio, Piero Marrazzo, nel 2001 aveva giocato la sua fiche da 35 mila euro su Forza Italia, avviata a vincere le politiche e a iniziare la grande stazione del cemento.

Astaldi preferisce guardare a destra 
La Astaldi, altra società romana, protagonista tra l’altro del disastroso cantiere della Metro C della Capitale insieme alla Vianini di Caltagirone, paga preferibilmente a destra, soprattutto dopo il 2001, quando con Pietro Lunardi alle Infrastrutture e la grande abbuffata della Legge Obiettivo, il partito di   B. si è candidato a essere il vero punto di riferimento del cemento a go-go. Ma è un’eccezione.

Salini, mecenate dai Ds di Siena a Sc
La Salini, oggi al vertice del settore dopo aver scalato la Impregilo, finanzia poco i politici e in modo un po’ disordinato. Nel 2001 furono forse gli unici ad accorgersi che Piero Fassino era candidato vicepremier in ticket con Francesco Rutelli, e gli mandarono un ricordino di 10 mila euro. Poi chissà perché una delle più grandi e internazionalizzate imprese italiane ha ripetutamente finanziato la federazione di Siena dei Ds, ma anche l’ex democristiano passato ad An Publio Fiori. Nel 2013 un taglio con il passato: solo 20 mila euro e tutti a Scelta Civica, il partito di Mario Monti che effettivamente con il suo governo ha fatto cose importanti per aiutare i colatori di cemento.

Gavio: Bersani, Penati poi Fi e Sposetti
La famiglia Gavio da Tortona, grandi concessionari autostradali e costruttori a loro volta, ha fatto anche lei la sua scelta per il centrodestra. Sono passati i tempi dei finanziamenti personali a Pier Luigi Bersani, ma era il 2004, l’anno in cui il leader piacentino passava al compianto Marcellino Gavio il numero del presidente della Provincia di Milano Filippo Penati, al quale doveva vendere a carissimo prezzo certe azioni inservibili dell’autostrada Milano-Serravalle. A Gavio quel numero di cellulare è costato 37.500 euro. Il gruppo di Tortona da allora ha dato il suoi contributi quasi esclusivamente a Forza Italia, 200 mila euro solo per le politiche 2008. Nel 2013, nuovo colpo di scena: l’unico a prendere soldi dai Gavio è il tesoriere dei Ds Ugo Sposetti. 50 mila euro attraverso la società Pca.

Perotti: 10 mila euro  all’amico ministro Lupi
Un rolex d’oro e un incarico per il figlio Luca, e non solo. Maurizio Lupi ha dimenticato di rendicontare ai suoi elettori un parsimonioso contributo dell’amico Stefano Perotti, registrato nel luglio 2013 e percepito a ridosso della campagna elettorale che ha proiettato il ciel-lino al ministero per le Infrastrutture. Il ricco Perotti ha donato 10.000 euro a Lupi sotto le insegne di Ingegneria spm, più o meno la cifra spesa per omaggiare il laureato Luca con un orologio di lusso. L’azienda di Perotti, in questi anni di incontrastate conquiste (direzione di lavori da 25 miliardi di euro), non s’è svenata con le donazioni ai partiti. È capitato una volta e pure per spicci; l’importante, in onore di un’antica amicizia, che quella volta il destinatario sia Lupi. I finanziatori dell’ex ministro non se la passano benissimo. Salvatore Menolascina (5.000) è il patron della cooperativa la Cascina, legata alla Compagnia delle Opere, che ha saldato un biglietto aereo per Bari per la moglie di Lupi. E poi c’è Camillo Aceto (5.000), ex dipendente della Cascina, coinvolto nei bandi per il centro d’accoglienza di Mineo.

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Il senso delle aziende per le elezioni
I signori del mattone e del cemento annusano il momento propizio e sanno individuare il partito o il politico in ascesa. Sanno che presto toccherà coprire quel versante. Ingoiata la cacciata dal ministero di Ercole Incalza per mano di Antonio Di Pietro, durante la primavera del 2008, i costruttori italiani introiettano milioni di euro sui conti di Forza Italia. E la previsione di successo è perfetta: esatta. Perché il ministro Altero Matteoli, nominato da Silvio Berlusconi ai vertici di Trasporti e Infrastrutture, richiama il boiardo Incalza e gli affida la struttura di missione per le grandi opere. Per la campagna elettorale che certifica l’ennesimo ritorno di Berlusconi a danni di Walter Veltroni, Forza Italia incassa oltre 33 milioni di euro. Il gruppo Gavio, attraverso società di Tolentino, la base strategica di famiglia, finanzia i forzisti con 200.000 euro. I versamenti di Astaldi (100.000), Arvedi acciaio (100.000), Edil Bianchi (50.000) e Associazione nazionale costruttori edili (50.000) sono puntuali e sintomatici di un rapporto di stretta connessione tra la politica e l’impresa.

Marrazzo, la scelta è ancora vincente
Con la stessa prontezza nel sostenere la rivincita di Berlusconi, sfrattato da palazzo Chigi soltanto per un biennio, nel 2005, i signori degli appalti indirizzano i propri contributi verso il candidato governatore Piero Marrazzo e il partito più radicato e solido che regge la coalizione, gli ex comunisti, i Democratici di Sinistra. I Ds di Roma, per una competizione locale neanche tanto proibitiva, raggranellano 583.000 euro. I donatori cambiano nome, non statuto: sempre i costruttori accorrono generosi. Ecco il romano Bonifaci (10.000), l’Italiana costruzioni (30.000), Società appalti (15.000), Tor Carbone Costruzioni (15.000) e numerose aziende del settore. Anche la raccolta fondi di Marrazzo è facoltosa: 357.000 euro, ancora Società appalti (10.000), Tor Carbone Costruzioni (10.000) e poi una società con una denominazione non equivocabile, la Silp lavori pubblici (40.000).
Il cemento ha un odore, non un colore politico. E non c’è precedenza per la sinistra o la destra o il centro: meglio chi vince, ovvio. Ma l’imprenditore è così arguto da concedere a chiunque un premuroso contributo.

Errani e la squadra delle coop rosse
Il territorio va rispettato, unico dogma. E allora non sorprende che l’elezione di Vasco Errani, governatore emiliano, sia accompagnata già nel 2000, la prima volta, da quel nugolo di cooperative della regione più rossa d’Italia. I calcoli sono in lire, i milioni per Errani 275; un mucchietto di denaro profuso da svariate cooperative: Edilizia Comprensorio, Edificatrice Ansaloni, Edificatrice Murri e la Coopsette (20 milioni di lire) citata nell’indagine dei magistrati di Firenze che ha portato all’arresto di Incalza e dell’ingegnere Stefano Perotti. In un’epoca prossima a quella di Errani, che per il secondo mandato ottiene meno soldi, c’è Pier Luigi Bersani che può avanzare su Roma con l’ausilio di Federacciai e anche di Sineco (12.500) e Cogedil (12.500) orbitanti nella galassia Gavio.

Il compagno Ugo tra cemento e tabacco
Ugo Sposetti, mitologico tesoriere dei diesse, non è emiliano, bensì laziale, di Viterbo. Negli atti di Firenze compare il nome di Sposetti (non indagato) che chiama l’imprenditore Giulio Burchi, ex presidente di Italferr, e sollecita delle raccomandazioni; si fa riferimento anche a una donazione. Sposetti ha spiegato che si trattava di denaro per una fondazione, però non ricorda i dettagli. Ma per fare politica, l’ex senatore democratico ha sempre ricavato abbondanti somme. Nel 2008, a Sposetti arriva un solo contributo: 50.000 da Ferfina Holding, la società italiana per condotte d’acqua gestita da Duccio Astaldi. Cinque anni dopo, nel 2013, sul ruolo di Sposetti, in corsa per palazzo Madama, ci credono in molti. E così il senatore incamera 262.000 euro in donazioni tra petrolieri, tabaccai, costruttori (Pessina), immobiliari e cooperative. L’assegno più consistente (50.000) è staccato da Pca di Tortona, riconducibile ai Gavio.

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Bonsignore fa da sé
Un paio di legislature a Montecitorio nell’ultima stagione andreottiana e un paio a Strasburgo con il centrodestra, la politica è costata cara all’imprenditore Vito Bonsignore, indagato dalla Procura di Firenze e interessato, perché investitore, al progetto Orte-Mestre che transitava come al solito per gli uffici di Incalza. Accanto all’Udc di Pier Ferdinando Casini e intorno ai cartelli messi su dall’ex Cavaliere, Bonsignore ha speso più di 5,5 milioni di euro per se stesso, per le sue tornate elettorali, per l’ampia segreteria, per gli spostamenti. Il denaro l’ha elargito da Mec, acronimo che sta per Management engineering consulting. E poi ha sorretto l’Udc ovunque, il partito nazionale (250.000), in Piemonte (145.000), nel Lazio (75.000) e il totale sfiora i 6 milioni. Prima ancora di lasciare Forza Italia per aderire al Nuovo Centrodestra, Bonsignore ha offerto al ministro Angelino Alfano un viaggio in aereo privato da 8.400 euro e 20.000 al sottosegretario Giuseppe Castiglione.

da Il Fatto Quotidiano del 24 marzo 2015

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