Nicaragua, Managua, mercado oriental: una città nella città, con i suoi vicoli proibiti dove si vende di tutto, si traffica, si trova non solo la droga ma anche le armi, ci si prostituisce. In una discarica frugano nell’immondizia bambini, piccolissimi, recuperando il recuperabile, sopravvivendo con gli scarti del benessere. Come a Mumbai, a Nairobi, a Manila. Dormono lì a gruppetti, poi si spargono per il mercato, cercano qualcosa da rubare, magari una turista da assaltare, si muovono in gruppo. Appena adolescenti, si armeranno, diventano pandilleros e molti di loro moriranno nei conflitti a fuoco con la polizia o tra le bande giovanili, le pandillas, che si spartiscono il territorio.

Al mattino Eric, Bonnie e Juan li cercano nelle viuzze, gli propongono di venire a mangiare nella ‘casa filtro’, a fare una doccia. Sanno muoversi, conoscono tutti i vicoli, sanno come avvicinare i ragazzini: sono stati anche loro nella strada. Oggi lavorano per il progetto Los Quinchos, creato venticinque anni fa da una professoressa sarda che era venuta per vedere la vittoria dei sandinisti: il viaggio era alla fine, stava per tornare in Italia: aveva già visto i bambini di strada che sniffano la colla e cercano di sopravvivere, molti in Messico e in Guatemala: una sera vicino all’hotel Intercontinental ne aveva incontrati tre molto piccoli, che dormivano in una ruota di camion.
“Che ci fate qui?”. “Ci viviamo”. Li aveva portati a mangiare, ma al momento di lasciarli aveva deciso che doveva tornare in Nicaragua e fare qualcosa: tutto ciò era intollerabile.

Quattro anni dopo, nel 91, con qualche soldo raccolto tra gli amici di Cagliari, era tornata e non se ne è più andata. Si chiama Zelinda Roccia, un nome che sembra lo pseudonimo di un’artista di circo. E’ molto intelligente, amorevole e tostissima al tempo stesso. Altrimenti non ce l’avrebbe fatta.

Tra mille difficoltà, dolori e soddisfazioni, oggi dalla ‘casa filtro’ quelli che vogliono provare a lasciare la strada vanno a vivere in campagna a San Marcos, in una fattoria a un’ora da Managua: vanno a scuola, imparano mestieri, alcuni tornano nella strada, nella droga, nella criminalità. Molti trovano la loro di strada, c’è chi si è laureato. Un’altra casa accoglie le bambine, una terza è in un’altra città.

Ho lavorato con loro per un breve periodo, un corso di psicosintesi per educatori: non sapevo davvero se potesse essere utile, forse sì, visto il grande coinvolgimento. Lo è stato certamente per me: ho fatto anche degli incontri individuali, raccogliendo storie terribili , che mi facevano chiedere dove sarei io se avessi vissuto la metà di quello che è capitato loro.

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Straordinaria capacità di resilienza, di non perdere la propria umanità, di fare della propria tragedia lo strumento per essere educatori, visto che dalla strada vengono e sanno di che parlano i bambini: si chiamano Los Quinchos, “nunca mas un nino en la calle” è il progetto, vivono grazie al lavoro di Zelinda, degli educatori e dei comitati italiani che li sostengono, a Firenze, Bolzano, Brescia, sull’Adda, Cagliari.