Sono usciti venerdì i risultati dell’Erc-CoG 2014, (European Research Council-Consolidator Grant), che è stata la call che ha distribuito la più grande fetta di finanziamenti da quando esiste l’Erc, oltre 700 milioni di euro. Questi soldi sono stati messi da tutti gli stati membri ma la loro distribuzione è avvenuta senza tenere conto della provenienza geografica, esclusivamente sulla bontà dei progetti presentati da un singolo Principal Investigator. Le statistiche complete sono disponibili qui.

Come premessa, sono doverosi i complimenti a: Alessandro, Michele, Francesca, Cristiana, Tommaso, Nicola, Aldo, Piero, Daniele, Francesco, Leonardo, Tommaso, Matteo, Dario, Manuela Teresa, Paola che hanno portato alle loro istituzioni italiane circa 1.9 milioni di euro di finanziamenti a testa. Tuttavia, per l’ennesima volta, non si può gioire: su 372 vincitori solo 16 (4.3%) svolgeranno il loro progetto nel nostro paese. Questi numeri sono lontanissimi da Regno Unito (86 vincitori nelle istituzioni britanniche; 23.1%), Germania (66; 17.7%), ma anche da Paesi Bassi e Spagna (32; 8.6%) che sono minori in termini di popolazione, e paragonabili a mini-stati come Belgio, (13; 3.5%) Israele, (12; 3.2%) e il terzetto Portogallo, Svezia, Danimarca (9; 2.4%). In termini percentuali, persino Islanda, Cipro e Lussemburgo ottengono un gran risultato con il loro unico vincitore se rapportato alla popolazione di queste nazioni! Quali possano essere le conseguenze sullo stato della ricerca italiana si può ben intuire.

Ho iniziato la mia “carriera” di blogger nel 2012 osservando che in realtà se consideriamo i vincitori di nazionalità italiana, il risultato non è affatto così squilibrato (in questa call specifica: 29 italiani rispetto a 37 britannici), chiaro indice che il sistema accademico italiano è in grado di sfornare talenti alla pari di altri paesi europei. Il problema è che mentre il Regno Unito ha creato le condizioni per accogliere ricercatori da tutte le parti del mondo, l’Italia lascia scappare sia i propri scienziati sia i loro soldi. Il finanziamento della ricerca di base in Italia è fermo alla misera quota “zero” dall’uscita dell’ultimo Prin (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale) del 2013. Questi fondi sono stati sostituiti dai progetti Sir, (un acronimo pomposo che sta per “Scientific Independence of young Researchers”) che in teoria dovevano ricalcare i finanziamenti Erc, ma che in pratica dopo innumerevoli vicissitudini, sono ancora “dispersi”.

La prima di cui è stata mettere nel bando tra i valutatori gli stessi dell’Erc i cui nominativi, però l’Erc è impossibilito a dare. A chi ha ideato il bando era stato comunicato ben presto. Il bando è uscito prima dei bandi Erc conclusi, marzo 2014, e ancora tutto tace per quanto riguarda i vincitori, figuriamoci per l’eventuale inizio delle attività di ricerca. Qualsiasi commento su quanto possano essere competitivi progetti finanziati largamente oltre un anno dalla loro presentazione, è superfluo. Qualsiasi commento su come possano campare i ricercatori non strutturati che li hanno proposti e che magari contavano di questi per la propria attività professionale e il proprio stipendio, anche.

Piangiamoci addosso quindi? Non esattamente. Presso il dipartimento di chimica dell’università Sapienza di Roma, il 24 marzo, è stato organizzato un evento che riguarda questo e altri aspetti del sistema di finanziamento europeo ed italiano.

L’incontro vuole analizzare l’anomalia italiana dell’insuccesso delle nostre istituzioni nella varie call europee, a partire dal caso Erc, per arrivare soprattutto a critiche propositive e soluzioni. Come ultima osservazione, Spagna (che ci surclassato in quest’occasione) e Portogallo (che ci si è avvicinato molto) erano due paesi che nelle prime call Erc avevano ottenuto risultati non esaltanti. Inoltre, il loro budget per la ricerca a causa della crisi economica è stato tagliato in modo feroce; in Spagna sono stati ridotti persino gli stipendi dei docenti. Quindi, nonostante le difficoltà, con delle azioni mirate questa tendenza si può e si deve invertire, perché è paradossale in scarsità di risorse continuare a finanziare lautamente la ricerca degli altri stati europei a scapito di quella italiana.