A due anni dalla sentenza di condanna a 4 anni per Raffaele Fitto, il ribelle di Forza Italia che adesso è tentato dall’idea di candidarsi in Puglia, potrebbe arrivare una sentenza di non luogo a procedere. Il sostituto procuratore generale di Bari, Donato Ceglie, ha riconosciuto la responsabilità dell’ex ministro ma anche la prescrizione di reati contestati nel processo di secondo grado ‘Fiorita’. All’ex presidente della Puglia erano contestati la corruzione, il illecito finanziamento ai partiti e un episodio di abuso d’ufficio, ma il Tribunale in primo grado lo aveva assolto dalle accuse di peculato e da un altro abuso d’ufficio.

“Alla base del finanziamento illecito al partito di Raffaele Fitto ‘La Puglia Prima di Tutto’ c’era un accordo di tipo corruttivo” aveva detto Ceglie durante la requisitoria all’udienza del 13 marzo. Fitto e a processo con altri 32 imputati tra i quali 10 società.
In primo grado il Tribunale di Bari aveva condannato 13 persone a pena comprese fra 4 anni e 6 mesi e un anno di reclusione.  I fatti contestati si riferiscono agli anni 1999-2005, quando Fitto era presidente della Regione Puglia.

Al centro del processo l’appalto da 198 milioni di euro per la gestione di 11 Residenza per anziani (Rsa), vinto dalla società dell’imprenditore ed editore romano Giampaolo Angelucci (condannato in primo grado a 3 anni e 6 mesi di reclusione) e la presunta tangente da 500mila euro versata da Angelucci sotto forma di illecito finanziamento al partito di Fitto ‘La Puglia Prima di Tutto’.

Parlando di quel finanziamento e del presunto accordo illecito fra Fitto e Angelucci, Ceglie aveva fatto ascoltare in aula alcune intercettazioni telefoniche a conferma “dei toni confidenziali usati dai due”. Fitto, questa l’ipotesi dell’accusa, avrebbe orientato le procedure della gara “con atti illegittimi di straordinaria amministrazione” per favorire l’imprenditore romano in cambio di quei 500mila euro erogati da “una costellazione di società collegate ad Angelucci” in favore dell’Udc, poi transitati nella ‘PPdT’, nel “tentativo di offuscare un contributo elettorale illecito” in una vera e propria “distorsione della funzione pubblica”.