“Ci sono quelle…le prepotenze. A me un cesso mi ha detto che sei cornuto, sei infame e sei pisciaturo e non ci sta più stop!… Hai capito? A me non c’è nessuno che mi può comandare…”. Non tollerava di essere sottomesso neppure alla moglie Giovanni Di Napoli, 61enne finito in carcere con l’accusa di essere il mandate della strage di Palagiano nella quale il 17 marzo dello scorso anno rimasero uccisi il pregiudicato Mimmo Orlando, la sua compagna 30enne Carla Fornari e suo figlio Domenico Petruzzelli di soli due anni e mezzo.

A incastrarlo, secondo le indagini svolte dai carabinieri di Taranto guidati dal tenente colonello Giovanni Tamborrino e coordinate dai sostituti procuratori Alessio Coccioli e Remo Epifani, sono state le sue stesse dichiarazioni: piccole ammissioni nel quadro raccolto dagli investigatori diventano accuse pesanti contro il 61enne già condannato definitivamente per mafia. Il movente, secondo quanto ha spiegato il procuratore capo della Direzione distrettuale antimafia di Lecce, Cataldo Motta, è da ricercare prima di tutto nei contrasti sorti tra Orlando e il suo ex superiore gerarchico Di Napoli: entrambi, infatti, erano originariamente affiliati al clan guidato da Carmelo Putignano che opera nel versante occidentale della provincia ionica.

Durante la sua lunga detenzione per un duplice omicidio, Orlando non avrebbe ritenuto adeguato il sostegno economico dal clan e così, una volta ottenuta la semilibertà, ha cercato lo scontro con il suo ormai ex sodale. Non solo. Ad accelerare la faida è stata proprio Carla Fornari: prima di diventare la compagna di Orlando, infatti, la 30enne uccisa nell’agguato, aveva avuto una relazione proprio con Di Napoli. Un punto che per Orlando era stato insopportabile tanto che aveva pubblicamente schiaffeggiato il suo vecchio capo definendolo anche “infame, pisciaturo e pedofilo”.

Un’aggressione avvenuta alla presenza di numerose persone all’interno di un bar che per Di Napoli è stata imperdonabile. Il boss aveva capito che il suo prestigio era stato così compromesso e bisognava così dare un segnale altrettanto plateale.

Dall’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Giovanno Gallo, emergono i pochi, ma fatali errori commessi da Di Napoli che consapevole di essere fin dall’inizio sotto la lente degli inquirenti aveva evitato accuratamente di usare le sue auto, di parlare al cellulare più del dovuto e di affrontare l’argomento della strage. Piccole ammissioni sotto forma di spavalderia che poi sono state raccolte dai carabinieri che hanno così costruito il quadro accusatorio da cui ora dovrà difendersi.

A una sua amante, Di Napoli aveva addirittura detto: “Non lo hai capito che quel fatto là l’ho fatto io?”. Si riferiva alla strage, ma con il solo obiettivo di placare la gelosia che la donna nutriva nei confronti della Fornari. Per il gip “la minuziosa, capillare e completa attività di indagine, compendiata nella richiesta del pm, documenta come siano molteplici gli elementi indiziari a carico di Di Napoli Giovanni (detto “Nino calabrese”), in ordine alla responsabilità dello stesso quale mandante del triplice omicidi” e “una attenta lettura della richiesta di applicazione della misura cautelare impone di ritenere adeguatamente documentati e provati tutti gli elementi di fatto nella stessa descritti, così come devono ritenersi pienamente condivisibili tutte le deduzioni e le considerazioni nella stessa richiesta contenute”.