In Italia ha cercato di far sentire la sua voce e il suo pensiero in ambito accademico. Ma quello che si è ritrovato a fare era un monologo solitario e senza feedback. Fabio Mattioli, 29 anni, ora vive a New York. Quando è partito da Scandiano, vicino Reggio Emilia, per andare a Firenze a studiare filosofia politica, vedeva l’università come un’occasione di emancipazione intellettuale e personale. “Mi interessava studiare filosofia politica per avere un impatto maggiore nell’ambiente sociale italiano, soprattutto mi sarebbe piaciuto avere questo tipo di riflessioni intellettuali con i professori in Italia, cosa che si è rivelata impossibile”.

Dopo un tirocinio in Germania e un anno di Erasmus in Francia, infatti, era pronto per tornare in Toscana, “con la speranza che l’esperienza accumulata potesse essere valutata in maniera positiva nell’ambiente universitario”. Ma non tutto va come previsto. Ciò che desiderava era proporre un progetto di ricerca articolato che potesse avere degli sviluppi anche al di fuori del mondo accademico. Così, mentre era in Francia, cerca numerosi professori. Uno solo risponde, il suo ex relatore. Pieno di speranze atterra a Firenze pochi giorni dopo, ma la risposta che riceve non è quella che aspetta: “Mi ha detto che aver contattato diversi docenti oltre a lui era un gesto scorretto e immorale – ricorda Fabio – e che comunque il mio progetto non lo interessava. Sono rimasto sbigottito”.

Riprende così un treno per Parigi, alla ricerca di altri interlocutori. “Ho proposto lo stesso progetto in Francia all’Ecole des Hautes Etudes in Sciences Sociales e mi hanno accettato nel loro famoso programma di antropologia”. Un trattamento molto diverso rispetto a quello ricevuto a casa. “Il problema dei professori in Italia era che secondo loro noi non eravamo risorse per fare ricerca e per guardare al di là dell’ambiente universitario più stretto – spiega –. Quello italiano è un sistema che regge sulla sistematica svalutazione del confronto attraverso il dialogo”.

Poi arriva la partenza per la Macedonia per una ricerca sul campo e una scuola estiva di antropologia in Grecia, dove si imbatte in un importante professore americano che gli consiglia di iscriversi negli Stati Uniti. “Ho vinto una borsa di studio per un dottorato alla City University of New York, un centro prestigioso nell’ambito della ricerca sociale ed economica. Quasi subito mi hanno dato l’opportunità di insegnare al John Jay College of Criminal Justice, per lo più poliziotti e militari reduci da periodi di servizio attivo in zone di combattimento. Spiego loro la complessità della vita sociale e le varie motivazioni che possono portare al crimine”. E per il suo futuro spera di diventare un professore o un ricercatore.

“Quando sono arrivato mi sentivo come un pacco dal destinatario sconosciuto – racconta-. A New York ho scoperto di essere una risorsa, un collega utile e stimolante, un essere umano con potenziale infinito”. Non come in Italia, un Paese “senza capacità d’ascolto, dove persino gli intellettuali di sinistra sono chiusi a riccio nell’autismo più totale”. E un Paese al quale manca la capacità di confrontarsi, soprattutto in quell’ambito accademico del quale Fabio sperava di far parte e nel quale non gli è stato permesso di parlare, neanche a bassa voce.

“Io stimavo i miei professori prima, per me erano degli eroi accademici. Poi – racconta – mi sono reso conto che dietro quella bellissima patina che vedi durante le lezioni, c’è poco in realtà. C’è grande conoscenza specifica, ma molta poca apertura al confronto e al dialogo”. Un aspetto che colpisce molto Fabio e lo influenza nel modo con cui si rapporta ora ai propri studenti: “Ho dovuto imparare a mettermi in discussione. Per esempio devo sempre spiegare perché richiedo un certo tipo di conoscenza agli esami. E se gli alunni mi contestano, io devo avere una ragione sul perché dei miei metodi, non posso dire semplicemente ‘perché lo dico io’. In Italia c’è paura di mettere in discussione i propri sistemi, di accettare altre sfide.”

Ora dall’altra parte dell’oceano è soddisfatto a livello lavorativo. Anche se “ci sono mille momenti di crisi, in cui quella sensazione elettrica di contare qualcosa viene sommersa dai tanti problemi quotidiani. Si lavora a ritmi forsennati e alle volte ti chiedi se sia normale essere orgogliosi per quello che fai, quando non hai tempo da dedicare al tuo ‘essere’. E poi mancano il cibo, gli odori, i sorrisi, le voci”. Ma tornare a casa varrebbe la pena?, si chiede spesso. “Ogni anno a Natale rispondo all’irresistibile richiamo del cotechino e torno in Emilia. Se sentissi anche solo un alito di aria nuova – conclude – rimarrei e cercherei di fare la mia parte nel trasformarla in un vento di cambiamento. Fino ad allora, meglio rimanere in America, dove forse non puoi spiccare il volo, ma almeno si respira”.