Sembra che gli Stati Uniti, meno controllano la situazione, più vengono risucchiati in avventure da cui non sanno poi come uscire. E, quando decidono – o sono costretti – di uscire, eccoli alle prese con il problema di sistemare le cose all’interno, cioè di fronteggiare gli effetti che ne conseguono sul proprio territorio.

E’ quello che sta accadendo in seguito all’evacuazione dall’Afghanistan, ma anche al ritiro parziale dell’enormità di mezzi invecchiati dislocati in Germania e in Europa centrale. Così migliaia di veicoli, carri armati, blindati, cannoni, camion per la logistica, automobili di varia dimensione e destinazione d’uso – una volta rimpatriati – girano sui treni da un deposito all’altro degli Stati Uniti. E di questi depositi ce ne sono decine, in quasi tutti gli Stati dell’Unione.

I costi del rimpatrio sono di per sé vertiginosi. Ma, per esempio, non si può lasciare nulla in Afghanistan. Il rischio è che cada in mano ai talebani. Figuriamoci le munizioni! Né si può distruggere in loco tutte le armi che sono state, a suo tempo, introdotte e che hanno riempito il paese. I primi a offendersi di tanto ben di dio, fatto a pezzi di fronte ai loro occhi sarebbero i signori locali, per la sfacciata dimostrazione di mancanza di fiducia. Dunque bisogna evacuare tutto (salvo quello che viene venduto, sotto banco, ma questa è faccenda di cui non esistono statistiche).

Ma il peggio è come cavarsela con il “personale”. Quello non lo si può lasciare nelle valli afghane, e neppure in qualche città europea, metti come Vicenza. Quello lo devi riportare in patria, non ci sono santi. Fatti i conti, approssimativamente, perché le cifre ufficiali non sono attendibili, risulta che gli Stati Uniti hanno un esercito pletorico. Tenerlo e mantenerlo tutto sul proprio territorio è non solo impossibile, ma anche non del tutto sicuro. In effetti è un esercito di occupazione, dunque deve stare il più a lungo possibile all’esterno, nei paesi conquistati, da sorvegliare. E, quando questi non bastano, allora se ne conquistano o destabilizzano altri.

Quando queste decine di migliaia di uomini stanno in America, c’è il problema di pagarli, nutrirli, assisterli: tutte cose molto costose. E quelli che hanno già combattuto sono soggetti a crisi di astinenza che è bene non si verifichino sul territorio della patria.

Da qui l’ovvia decisione di impegnarli quanto più possibile all’estero. In tal caso, a pagare il soggiorno sarà la Nato, per esempio, oppure l’Unione Europea. Qualunque pagatore è buono, purché non sia l’America. E’ quanto è stato appena deciso per i 600 “paracadutisti” che, nel mese prossimo, arriveranno a Kiev. In maggioranza si tratta di veterani che hanno combattuto in Afghanistan, appunto, e in Irak e che erano acquartierati nella base di Fort Hood, in Texas. E’ il battaglione della prima divisione di cavalleria, sotto il comando del Generale Michael Billis.

Si dice che dovrebbero “formare”, cioè istruire la Guardia Nazionale Ucraina, che è quella con la massima concentrazione di nazisti del “Settore Destro” e di “Svoboda”. A quanto pare, tuttavia, solo 300 di loro saranno impegnati in funzioni di istruzione e di organizzazione della logistica e delle comunicazioni. L’ufficiale di collegamento sarà il tenente- generale Krivenko. Altri 300 saranno invece distribuiti nei diversi distaccamenti territoriali della Guardia Nazionale, per formare i gruppi operativi. Svolgeranno la funzione ufficiale di “ispettori”. In realtà parteciperanno a eventuali operazioni militari, offrendo la loro esperienza di combattimento.

Ma la verità è anche un’altra. In tutto non arriveranno in Ucraina soltanto 600 “paracadutisti”. Il numero salirà a 800 se si terrà conto di 200 mercenari della multinazionale Greystone (azienda privata di copertura) con funzione anch’essi di “consiglieri militari”. Il significato di questa vera e propria azione di copertura è uno solo: aumentare la capacità di influenza americana sul teatro operativo di eventuali nuove operazioni belliche contro il Donbass, anche al di là e sopra le decisioni che potrebbero essere prese dal presidente Poroshenko, d’accordo con i governi europei, specie di Germania, Francia e Italia (dopo il viaggio a Mosca di Renzi).

E sta per aprirsi il “fronte nord”. Le ultime sono l’arrivo di una trentina di ufficiali americani nel distretto lettone di Daugavpils (confinante con la Lituania, la Bielorussia e la Russia, a netta maggioranza di popolazione russa), ufficialmente per “imparare il russo”. E l’arrivo a Riga di una nave carica (più di cento)  di carri armati Abrams, di blindati Bradley e di Humvees. Il tutto per “fronteggiare la minaccia russa”, dice il general-maggiore O’Connor. Tutti nuovi di zecca. Non vorrai mica dare agli alleati del Baltico roba arrugginita? (Intanto pagano loro).