Non tutti i disastri sono uguali, e nemmeno tutti i massacri. C’è un neanche tanto sottile filo conduttore che lega e sovraintende, un po’ ovunque, la liturgia delle commemorazioni: ci sono catastrofi che vanno ricordate e quelle che è meglio dimenticare, i massacri da condannare e quelli sui quali è meglio sorvolare. Per non parlare delle scuse, dei pentimenti, delle giuste, o mancate, punizioni. Un esercizio invero molto diffuso, e francamente disgustoso. Come se fosse possibile stilare una classifica sulla “sostenibilità” etica, cioè assoluta, delle nefandezze umane.

Il Giappone ovviamente non fa eccezione. In questi giorni qui ricorrono parecchi anniversari. Alcuni noti, altri meno. Alcuni celebrati in pompa magna, altri in modo più riservato, alcuni semplicemente ignorati. C’è quello del terribile terremoto dell’11 marzo 2011, responsabile dello spaventoso tsunami, con le sue oltre 19 mila vittime accertate , e – vale la pena sottolinearlo visto che c’è qualcuno che ancora ne nega il nesso diretto – dell’emergenza nucleare. Un’emergenza tutt’ora in corso che di morti per fortuna ne ha causati pochi – direttamente – ma che ha inferto immani sofferenze a decine di migliaia di persone costrette ad abbandonare le loro case e la loro terra probabilmente per sempre e rappresenta ancora – che piaccia o meno al governo e alla potente lobby nucleare che riesce ancora a manipolare la gran parte dell’informazione pubblica – un terribile incubo per tutto il Giappone.

Una sofferenza e un incubo di cui nessuno, in questi giorni, parla. Governo e mass-media parlano solo ed esclusivamente del terremoto, dello tsunami, degli sforzi per la ricostruzione. Giustissimo. Ma visto dalla zona evacuata, dove sono tornato in questi giorni per andare a trovare le persone conosciute nei momenti più drammatici e dove non si respira certo aria di rinascita e ricostruzione questo “vuoto commemorativo” suona come un crudele insulto, soprattutto in un paese che fa dell’omogeneità e della solidarietà nazionale un elemento fondante della società.

Stesso dicasi per il bombardamento di Tokyo, uno degli episodi più tragici – in termini di vittime – e meno conosciuti della guerra. Per quasi tre ore, il 10 marzo 1945, i bombardieri americani, che volavano a bassissima quota per incutere maggior terrore alla popolazione, sganciarono centinaia di migliaia di tonnellate di bombe, provocando, alla fine, oltre 120 mila vittime accertate. Più di quelle provocate direttamente dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Un episodio tra i tanti, rimasto sepolto nell’oblio, nonostante rappresenti uno dei più sanguinosi massacri compiuti contro la popolazione civile. Non solo: fu proprio in quell’occasione che gli americani sperimentarono per la prima volta l’efficacia di un’arma che venne poi abbondantemente usata in altri contesti: il napalm.

Finora questa strage non era mai stata commemorata ufficialmente, ma quest’anno il governo – che come sappiamo sta cercando di “flettere i muscoli” rivendicando un ruolo politico e militare – ha voluto farlo, sia pure in tono minore e, come dire, riservato. Perché parliamo comunque degli Stati Uniti, la superpotenza che tutt’ora “protegge” il Giappone da ogni possibile minaccia militare e che non ha mai chiesto scusa per le nefandezze a sua volta compiute.

Ed ecco dove il Giappone, obiettivamente, una qualche ragione ce l’ha, anche se non è certo con i toni revanchisti e sguaiati dell’estrema destra che può farla valere. Perché è sicuramente giusto e doveroso che, senza le solite ambiguità, il Giappone faccia sincera ammenda dei suoi errori, dei suoi massacri, dei suoi crimini di guerra, e fanno bene i cinesi, i coreani e tutti gli altri popoli che hanno conosciuto la spietata, sanguinosa occupazione dell’Armata Imperiale a pretenderle. Ma sarebbe anche giusto e opportuno che lo facessero anche gli altri. Stai Uniti compresi. Lo ha fatto chiaramente intendere in questo giorni a Tokyo la signora Merkel, che con grande pacatezza e diciamo pure, eleganza, ha ricordato al premier Shinzo Abe l’importanza di guardare al passato con umiltà e sincerità, condizione essenziale per ottenere non tanto il perdono, quando il rispetto e la fiducia dei vecchi nemici e delle vittime.

Da qui ad agosto, 70° anniversario della fine della guerra, ci sarà un gran da fare: oltre alla dichiarazione ufficiale del governo giapponese, c’è molta attesa per quello che faranno, o diranno, gli Stati Uniti. Qualcuno sostiene che finalmente, dopo 70 anni, un presidente in carica degli Stati Uniti potrebbe arrivare a Hiroshima. Se ciò avvenisse, sarebbe sicuramente il modo migliore per Obama per passare alla storia e dare un senso al Nobel attribuitogli, forse con troppo entusiasmo, appena eletto. Il fatto che oggi, in modo riservato e senza prendere la parola, abbia partecipato alla commemorazione del bombardamento di Tokyo l’ambasciatrice Usa Caroline Kennedy fa ben sperare. Certe presenze non sono casuali.