“L’inchiesta che mi riguarda è stata aperta nel 2010 da Diego Marmo, lo stesso pm che accusò ingiustamente Enzo Tortora“: così Marcello Fiori, l’ex commissario agli scavi di Pompei accusato dalla Corte dei conti di aver sperperato in ‘opere stravaganti’ i soldi dell’emergenza.

Non il primo e probabilmente neppure l’ultimo che, come prova regina della propria innocenza, fa uso e abuso del nome di Enzo Tortora. Che, ricordiamolo, arrestato nel 1983 per traffico di stupefacenti e reati di camorra, dopo tre anni di calvario fu assolto con formula piena dalla Corte d’appello di Napoli: una Caporetto per quei magistrati e giudici che avevano dato retta alle false accuse dei pentiti.

Dopodiché, “trattato come Tortora” è diventato l’argomento a discolpa di chi non ha altri argomenti, l’alibi osceno di chi si fa scudo della sofferenza di un galantuomo per millantare il martirio. Invece di mordersi la lingua, a Tortora si sono paragonati alcuni imputati eccellenti per reati di corruzione: Ottaviano Del Turco (condannato in primo grado a 9 anni e 6 mesi), Giancarlo Galan (che ha patteggiato e restituito il maltolto) e naturalmente Silvio Berlusconi.

L’altra sera, Enrico Mentana ha riproposto un intervento di Enzo Tortora a favore del referendum radicale sulla responsabilità civile dei giudici. Comunque la si pensi, parole che suscitano rispetto. Contro chi specula sul nome del padre, la figlia Gaia ha detto: “Si tratta di un’altra storia e di un’altra persona”. Vale anche per Marcello Fiori.

Stoccata e Fuga – Il Fatto Quotidiano, 6 marzo 2015