Piccoli camaleonti crescono. E per cambiar colore cambiano le felpe.
Nel 1994 Giovanna Pajetta pubblicò un libro inchiesta per Feltrinelli dal titolo “Il grande camaleonte”, in cui esplorò il mondo leghista che ‘guardando talora a sinistra, ha scelto la destra’. Il titolo del libro lo si deve a quella che l’autrice ha individuato come una delle caratteristiche principali della Lega: la capacità di cambiare colore a seconda degli umori del popolo. E forse è proprio da questa considerazione che bisogna partire per capire cos’è successo sabato a Piazza del Popolo. L’elemento che ha maggiormente colpito di questa trasferta romana della Lega è stato lo smaccato trasformismo degli irriducibili padani del Roma ladrona tramutatisi improvvisamente in fan della città eterna.
“Amici, romani, concittadini…”, con buona pace di Shakespeare e del suo Marc’Antonio,  c’è mancato poco che il discorso di Salvini cominciasse così; ed in effetti la piaggeria nei confronti della capitale, da sempre identificata come il covo della corruzione e del malaffare, non è mancata “Roma è una città civile, una città stupenda, colorata, arrabbiata ma pacifica”. Ma l’improvvisa infatuazione capitolina altro non è che uno degli effetti del cambio di colore del camaleonte: autonomia, federalismo, indipendentismo padano, la demonizzazione di un Sud ozioso e parassita hanno strategicamente ceduto il passo ad un decisamente più funzionale nazionalismo, coltivato all’ombra delle Le Pen in fiore.
Vuoi mettere la presa di un nero, di un maghrebino, di un musulmano come nemico da incoronare rispetto ad un insipido terun napoletano? Bisogna stare al passo coi tempi, tendere l’orecchio al borbottio delle pance delle masse; e cosa vuoi che attecchisca di più nelle viscere di un italiano impoverito frustrato e illivorito dell’odio verso l’immigrato che gli ruba il lavoro? La ricetta vincente è scegliere un nemico più lontano e numericamente molto più consistente, affinché numericamente molto più consistente diventi anche il consenso politico e l’armata Brancaleone dei difensori della patria. Poi c’è l’Islam, che anche quello aiuta: basta fare un po’di gioco delle tre carte tra jidahisti, profughi e clandestini ed ecco che i barconi diventano agli occhi dell’italiano, già diffidente di suo, le navette del Califfato. Certo, per fare questo, il camaleonte è costretto a cambiare colore: così il verde si tinge di nero e la piazza si riempie di croci celtiche, foto del Duce e militanti di Casapound che consacrano Salvini a loro unico leader. Ma cosa vuoi che importi? Per raccimolare consenso questo ed altro. E se c’e’ da strizzare l’occhio all’ex elettorato grillino, a colpi di antipolitica, pontificando sull’infamia dei politici o rivendendosi il loro ritornello quando dice di non distinguere tra destra e sinistra, perché lo scontro tra fascisti e comunisti appartiene allo studio della storia, Matteo, il rastrellatore di voti, non si tira indietro. Certo tutto questo va contestualizzato nell’epoca dei social e reso conforme, formalmente parlando, al linguaggio del Matteo di governo. Quindi il ‘giovane’ Salvini twitta, è onnipresente nei talk show, lancia campagne virali, scherza e fa battute, perché sia chiaro che lui è un conservatore moderno, non sia mai.
Bossi Sabato era sul palco con lui; questa non è più la sua Lega e lui lo sa bene, ma nessuno come lui sa che il primo requisito di un buon leghista è cambiare pelle all’occorrenza.
Quindi la coerente incoerenza di Matteo non può che avere la sua benedizione.