Trent’anni e sentirli tutti, con il loro bagaglio di campagne, manifestazioni, disegni di legge, piccole e grandi conquiste. Buon compleanno, Arcigay. È il 3 marzo 1985, quando a Bologna, al termine di un congresso che riunisce quasi tutti i circoli d’Italia, nasce l’associazione nazionale. E prende il via quella battaglia per i diritti lgbt, che Franco Grillini, primo segretario, nella sua biografia avrebbe definito “rivoluzione gentile”. Ed è proprio Grillini, figura storica del movimento ma anche ex deputato ed ex consigliere regionale, a ricordare oggi l’anniversario sul proprio profilo Facebook. Quel 1985, scrive, fu “un anno bomba” per le questioni lgbt. “Avevamo azzeccato tutte le mosse politiche, l’omosessualità diventava argomento di discussione quotidiano e per la prima volta esisteva una piattaforma, un programma comune a quasi tutti i circoli esistenti allora”.

Il terreno era stato preparato negli anni precedenti dal lavoro dei circoli cittadini, distribuiti sul territorio. A partire dalla Sicilia, dove nel 1980 un caso di cronaca nera aveva acceso, per la prima volta, i riflettori sulle violenze e i problemi legati alla discriminazione dei gay: due giovani omosessuali, 25 e 15 anni, trovati morti con un colpo di pistola alla testa. La vicenda, che sarà ribattezzata come “delitto di Giarre” fu la spinta che convinse la comunità a uscire dall’ombra e che portò, nemmeno un mese e mezzo dopo, a costituire, a Palermo, il primo circolo Arci gay, embrione di quello che sarebbe poi diventato una realtà nazionale.

Così, passo dopo passo, e circolo dopo circolo, si arrivò all’assemblea di Bologna. Un congresso di due giorni, il 2 e il 3 marzo 1985, che portò alla creazione dell’Arcigay nazionale, e all’elezione di Beppe Ramina come presidente, e Franco Grillini come segretario. Il capoluogo emiliano fu scelto anche come sede nazionale. E non a caso. Qui infatti il movimento omosessuale aveva avuto un importante e inedito riconoscimento politico, grazie all’allora sindaco comunista Renato Zangheri, che primo in Italia decise non solo di incontrare gli attivisti per i diritti dei gay, ma anche di concedere loro uno spazio comunale, il Cassero di Porta Saragozza (una ventina di anni dopo il sindaco di centrodestra, Giorgio Guazzaloca, deciderà di far trasferire l’associazione alla Salara, una palazzina vicino alla stazione).

Da allora di strada ne è stata fatta parecchia. Oggi l’Arcigay, che lavora anche per i diritti dei trans e delle famiglie arcobaleno, ha oltre 228mila iscritti, e alle spalle un curriculum lunghissimo fatto di iniziative, cortei, sportelli di assistenza, dossier e campagne di sensibilizzazione su temi considerati da sempre tabù. Basta fare qualche esempio: dalla lotta all’omofobia, all’attività per la prevenzione dell’Aids. “L’Arcigay è un capitolo importante della nostra storia nazionale: abbiamo contribuito a costruire un’Italia migliore” commenta l’attuale presidente Flavio Romani. Le trenta candeline sono ora l’occasione per guardarsi indietro, fare un bilancio, ma anche per rilanciare le battaglie ancora in sospeso. Prima tra tutte quella per far approvare al Parlamento una legge, che riconosca le unioni omosessuali. “Dopo trent’anni il tempo dell’attesa deve essere dato per esaurito. L’Italia ha bisogno di nuove leggi che parlino di persone omosessuali e transessuali, dei diritti che è necessario riconoscere loro, del futuro che ciascuno di loro intende progettare”.