Dal primo marzo e fino al mese di giugno 2018, dodici milioni di lavoratori del settore privato in servizio da almeno sei mesi potranno scegliere di ricevere ogni mese in busta paga il Tfr. È il trattamento di fine rapporto che, comunemente definito liquidazione, viene dato dal datore di lavoro al dipendente nel momento in cui il rapporto finisce, per qualsiasi motivo. Scatta, così, con tre mesi di ritardo (sarebbe dovuta partire all’inizio del 2015) l’operazione fortemente voluta dal premier Renzi che, lo scorso settembre, l’ha annunciata come chance per “rilanciare i consumi” e concedere agli italiani la possibilità di scegliere tra l’avere pochi soldi (maledetti) e subito – si parte dai 70 euro per i redditi più bassi – “che molto fanno comodo in questi mesi ancora di crisi profonda”, o proseguire invece l’italica tradizione della formichina e tenerli per quando si andrà in pensione.

Il varo di questa misura ha scatenato da subito un’alzata di scudi (da Confindustria ai sindacati, passando per gli esperti di previdenza), non solo perché una volta fatta la scelta non si possono più avere ripensamenti fino alla fine della sperimentazione, ma soprattutto perché risulta poco conveniente sotto diversi punti di vista.
In primis, a differenza del bonus degli 80 euro, non si tratta di nuove risorse erogate, ma semplicemente di un trasferimento dal domani all’oggi di un tesoretto da sempre utilizzato,invece, come welfare familiare per comprare casa ai figli o come ancora in caso di licenziamento.

A destare, tuttavia, maggiori perplessità è il fattore tassazione. Qualora si decidesse di richiedere il Tfr ogni fine mese scatterà una tassazione diversa: non più quella separata e privilegiata (la somma non è cioè cumulabile con il resto dell’imponibile), ma l’aliquota ordinaria Irpef a cui si aggiungono le addizionali locali. Tanto che “la richiesta di anticipo del Tfr in busta paga – si legge in un rapporto della Uil – potrebbe penalizzare i redditi medi fino a 330 euro l’anno, tra maggiori tasse e minori sgravi fiscali”.

In soldoni significa che un reddito di 18mila euro lordi, otterrà un bonus annuo di 957 euro, ma al posto del 23% dell’aliquota Irpef pagherà il 27%. Stessa aliquota, anziché il 23,9%, anche per quanti guadagnano 23mila euro (si tratta dell’imponibile medio per un lavoratore dipendente) con un Tfr annuo di 1.209 euro. Mentre un reddito di 35mila euro (Tfr di 1.806 euro) pagherà il 38% anziché il 25,3%. Dettaglio non di poco conto che rende la scelta sconveniente per tutti i redditi medio-alti.

Inoltre, chi vorrà il Tfr in busta paga, pagando tasse più alte rischia anche di perdere il diritto ai servizi sociali agevolati, alle detrazioni fiscali e agli assegni familiari. La motivazione è chiara: aumentando il reddito, si passa a un’aliquota superiore che modifica anche l’Isee, indicatore fondamentale per accedere agli sconti per asili nido, mense scolastiche, tasse universitarie o sanità.

Per capirne la portata, basta pensare che a Milano con un Isee di 12.500 euro, si paga una tariffa degli asili nido di 103 euro mensili, mentre con un Isee appena superiore di un euro (12.501 euro), la tariffa sale a 232 euro. E ancora, se a Roma per la mensa scolastica si pagano 50 euro al mese con un Isee di 12.500 euro, scavalcando di un solo euro questo tetto, il bollettino da pagare arriva a 54 euro mensili.

Un tema, questo dell’incidenza negativa del Tfr sulla tassazione, su cui tutti i partiti sono intervenuti negli scorsi mesi con proposte di modifica che, però, sono cadute nel nulla. Del resto anche il Consiglio di Stato  che proprio pochi giorni ha dato il via libera all’operazione Tfr in busta paga – ha espresso delle perplessità. I magistrati amministrativi hanno sottolineato come l’operazione ponga più di un problema dal punto di vista previdenziale: andando a togliere un tesoretto futuro, non solo si rende più incerto l’assetto finanziario del lavoratore (che non può più godersi la pensione o, magari, aiutare i figli a comprare casa), ma si compromette anche il destino futuro degli stessi consumi. E poi c’è il rischio per le aziende che, già strozzate dalla carenza di liquidità, rischiano di anticipare soldi che non hanno.

Quanti saranno i lavoratori che opteranno per il Tfr in busta paga? A sbilanciarsi è stata Lavoce.info, secondo cui, allo scorso ottobre, la platea dei potenziali interessati era di 1,6 milioni di lavoratori, neanche il 20% di quelli a tempo indeterminato. Dipendenti del settore privato che, consapevoli di compromettere il futuro delle proprie finanze personali, possono risollevarsi da un’attuale situazioni di sovraindebitamento.

I lavoratori devono, altresì, fare i conti con un altro fattore: il ruolo dei fondi pensione. A partire dal 2007, infatti, si può far confluire la liquidazione nella cosiddetta previdenza complementare. In altre parole, invece di lasciare il Tfr in azienda, lo si può destinare a un fondo pensionistico privato che restituirà i soldi con gli interessi ove maturati. Detto che questa opzione è poco scelta dai lavoratoti, i numeri però dimostrano che i fondi pensione sono più convenienti: i loro rendimenti hanno superato di oltre cinque volte quelli del Tfr. E il rischio che ora si corre è di avere una minore rendita che sarà erogata dalla previdenza complementare dato che l’opzione blocca per tre anni gli afflussi ai fondi pensione.

Gli esclusi
Non possono fare richiesta i dipendenti pubblici e quelli di aziende in ristrutturazione o con dipendenti in cassa integrazione. Non accedono a questa soluzione neanche i dipendenti che hanno usato il Tfr maturato a garanzia di un finanziamento bancario. Fuori anche i dipendenti domestici e agricoli.

Infine, meglio ricordare che già l’art. 2120 del Codice Civile prevede che il lavoratore possa chiedere un anticipo fino al 70% del Tfr in casi particolari, come l’acquisto della prima casa per sé o per i figli o per pagare le spese mediche. Basta aver maturato almeno 8 anni di servizio presso lo stesso datore di lavoro che deve avere almeno 25 dipendenti.