Rischia di farsi male il Partito democratico nel tentativo di dirimere le polemiche attorno alla scelta dell’ex ministro Maria Carmela Lanzetta di non accettare la proposta del governatore della Calabria, Mario Oliverio, e far parte della giunta regionale.

Un rifiuto che la Lanzetta ha motivato con il fatto che “non c’è chiarezza sulla posizione di Nino De Gaetano”, neo assessore regionale il cui nome è finito nell’inchiesta “Il Padrino” perché, stando a quanto emerso dalle indagini della squadra mobile di Reggio Calabria, alle regionali del 2010 sarebbe stato votato (all’epoca era candidato con Rifondazione Comunista, ndr) dalla cosca Tegano. La Lanzetta giovedì sarà sentita dalla Commissione parlamentare antimafia che, come ha sottolineato la presidente Rosi Bindi a Catanzaro, aveva già programmato l’audizione dell’ex ministro alla quale vuole chiedere conto di un’intervista resa tre mesi fa al Corriere della Sera in cui aveva affermato di non aver mai parlato di ‘ndrangheta in relazione alle numerose intimidazioni subite ai tempi in cui era sindaco di Monasterace.

E già perché, per Palazzo San Macuto a questo punto è fondamentale chiedere spiegazioni alla Lanzetta e certificare se può continuare a definirsi “paladina dell’antimafia” in una regione dove, proprio l’antimafia lascia fortemente a desiderare. E per far capire l’esigenza di chiarezza, in conferenza stampa la Bindi ha azzardato addirittura il paragone eclatante con l’ex sindaco di Isola Capo Rizzuto Carolina Girasole, arrestata l’anno scorso nell’ambito di un’inchiesta contro la cosca Arena.

Qui però occorre fare un po’ di ordine. Perché la Lanzetta, da parte offesa, dovrebbe conoscere i dettagli di un’inchiesta, quella sulle sue intimidazioni, che è ancora coperta dal sergreto istruttorio? E perché non rivolgere la stessa domanda anche al procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho o al sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia Paolo Sirleo, gli unici titolari del fascicolo e titolati a conoscere le risultanze investigative dei carabinieri? E se non ci fossero gli elementi quantomeno per sospettare che dietro le minacce all’ex ministro ci siano le cosche perché l’inchiesta è alla Dda di Reggio e non alla Procura ordinaria di Locri?

Il clima si fa rovente in casa Pd che, a queste latitudini, non è sinonimo di renzismo. Anzi, la minoranza del Partito democratico nazionale in Calabria (dove è stata eletta anche la Bindi) è maggioranza assoluta. L’amore tra Renzi e Oliverio sembra sfumato. Da Roma, infatti, hanno rinviato a data da destinarsi alcune iniziative calabresi alle quali dovevano partecipare ministri e big renziani, tra cui il vicesegretario Lorenzo Guerini. Lo scontro Lanzetta-De Gaetano ha accellerato i mal di pancia oltre agli imbarazzanti comunicati stampa dei segretari provinciali del Pd che danno della “stalker” all’ex ministro che attacca De Gaetano, utilizzando le stesse argomentazioni (il dissesto del Comune di Monasterace, ndr) che, fino all’anno scorso, erano proprie dell’ex governatore Giuseppe Scopelliti. Attacchi che, all’epoca, gli stessi segretari provinciali avevano rispedito al mittente e che oggi, invece, evidemente condividono.

Sarà sicuramente un’audizione lunga quella della Lanzetta all’Antimafia dove siedono diversi parlamentari calabresi come Enza Bruno Bossio, fedellissima del governatore Oliverio, ed Ernesto Magorno che, del Pd calabrese, è anche segretario. Almeno loro, a differenza della Bindi che ha dichiarato di non voler parlare dell’affaire De Gaetano, conoscono ogni dettaglio dell’informativa con cui la squadra mobile nel dicembre 2012 aveva chiesto l’arresto del neo assessore regionale del Pd nell’ambito dell’inchiesta in cui era indagato anche suo suocero Giuseppe Suraci (oggi deceduto), medico della famiglia mafiosa dei Tegano.

Gli investigatori della polizia avevano sottolineato a carico di Nino De Gaetano “i gravi indizi di colpevolezza” che “consentono per la loro genuinità, di prevedere l’idoneità a dimostrare la responsabilità dei medesimi e come tali, attesa la natura dei delitti ipotizzati, che sussistano senz’altro a loro carico, le esigenze cautelari”. Secondo la Mobile, infatti, c’era “una presumibile e consapevole compartecipazione del De Gaetano, all’ascesa politico-elettorale che lo ha visto indiscusso protagonista, grazie al supporto mafioso garantitogli per conto terzi”.

Un’ascesa che i magistrati, nel provvedimento di fermo contro la cosca Tegano, definiscono “una incresciosa vicenda, che squarcia in modo violento alcuni retroscena legati alle discutibili metodologie di appoggio e promozione politico-elettorale adottate in questo capoluogo da esponenti delle cosche mafiose in favore di alcuni candidati in occasione delle amministrative tenutesi nell’anno 2010”.

Informative e atti giudiziari che, stando ai “non rispondo” della Bindi, sembrerebbero non turbare la Commissione parlamentare antimafia al momento più interessata a scoprire la frase esatta sulla ‘ndrangheta pronunciata dalla Lanzetta durante l’intervista al giornalista del Corriere della Sera. Non c’è motivo (o molti ritengono non ci sia, ndr) di rispolverare i verbali del pentito Roberto Moio, nipote del boss Giovanni Tegano nel cui covo sono stati trovati i biglietti da visita del neo assessore De Gaetano.

Eppure sono quasi tre anni che il collaboratore di giustizia ha affermato pubblicamente in un’aula di Tribunale che “i Tegano avevano rapporti ottimi con l’amministrazione (comunale, ndr). Hanno sempre candidato qualcuno, hanno sempre appoggiato i politici. La maggior parte erano di destra… Di solito abbiamo votato sempre a destra. A sinistra ultimamente abbiamo portato a Nino De Gaetano. Lo appoggiava Bruno Tegano per fare un favore al dottore Suraci (il suocero del politico, ndr) che c’è stato sempre vicino, durante e dopo la guerra di mafia. De Gaetano lo abbiamo aiutato moltissimo”.