Le storie sui contratti derivati sono sempre troppo complicate per le persone normali, a volte perfino per gli addetti ai lavori. Generalmente sono – sinteticamente – delle fregature con nomi inglesi – bullet ad esempio, che vuol dire proiettile…contratti in cui il grado di informazione tra le parti è asimmetrico. Solo chi ha ingegnerizzato il contratto sa tutto, chi vende sa soprattutto come vendere (ma in genere non sa bene cosa sta vendendo); chi compra raramente sa, molto più spesso crede di sapere e in realtà sa poco o nulla, soprattutto non sa quanto gli costerà. Però, anche se trattasi di questioni noiose, varrebbe la pena essere più informati, sia che si tratti di contratti venduti a ignare imprese in difficoltà, sia che si tratti di prodotti piazzati sulle spalle di amministrazioni pubbliche, alla ricerca di liquidità con la quale «comprare» il consenso dei cittadini. A maggior ragione se invece si tratta di contratti per «gestire» il nostro debito pubblico, cioè se parliamo di decisioni che poi paghiamo tutti, come i 37 miliardi di euro di perdite che ora per stessa ammissione del Tesoro adesso compariranno anche a bilancio.

Questo in linea generale. A maggior ragione, se la gestione misteriosa dei derivati in Italia continua mentre i salari sono da fame, mentre la gente normale si tira il collo per risparmiare i cento euro – al punto che il governo può fare miracoli elettorali elargendo la fantasmagorica cifra di 80 euro a testa – davanti alla «scoperta» che il Ministero del Tesoro si è fumato letteralmente 37 miliardi di euro, tutti da pagare uno sopra l’altro nei prossimi anni. Tutto questo in silenzio, dopo che, solo a prezzo di reiterati assalti all’arma bianca al Ministero, qualche informazione alla fine è stata fornita al Parlamento. E non è tutto. Perché l’aspetto più inquietante non è la cifra in sé, che già potrebbe offrire materia di preoccupazione. Il fatto inaccettabile, che più dovrebbe turbare non prima i governanti poi i cittadini, è legato alle modalità e alle procedure con le quali vengono prese queste decisioni sul debito pubblico italiano. Alla cieca, o quasi.

Uno si aspetta un tavolo di esperti di altissimo livello internazionale, come si dice con attributi a prova di bomba, che valutino i pro e i contro, che abbiano spaccato e scomposto fino all’ultimo cent i contratti, che dibattano fino all’ultimo comma la sostanza e la forma dei contratti di derivato da stipulare, ma non è così. La Direzione del Ministero del Tesoro, ormai da molti anni è formata da poche persone, due funzionari laureati e un pugno di impiegati. Nessun super esperto con esperienze internazionali, non uomini o donne abituate a navigare nel mare pericolosissimo dell’alta finanza, ma ex insegnanti di matematica e statistica, cresciuti all’ombra della burocrazia, magari bravissime persone, ma certamente inadeguate per le cifre spaventose che devono gestire e per gli squali che devono tenere alla larga. Avranno anche dei consulenti (disinteressati?), ma la verità è che queste poche persone da sole gestiscono e decidono con deleghe piene la sorte di 1.700 miliardi di euro. Questo è tutto quanto la Repubblica italiana mette in campo per compiti così cruciali. Questo l’esercito per contrattare con le grandi banche internazionali, Morgan Stanley in testa (gente che fa utili per 1,4 miliardi e paga senza fiatare una multa di 1.25 miliardi di dollari per la vendita dei famigerati titoli tossici legati ai bond immobiliari). Solo ingenuità?

Alla guerra dell’alta finanza e del debito pubblico il governo Renzi ci va con un esercito al cui confronto quello di Mussolini era Star Wars. E poi i risultati si vedono, appunto almeno 37 miliardi che adesso qualcuno pagherà, non i ministri e i capi dei governi che hanno firmato questi contratti. L’audizione in Parlamento della dott.ssa Maria Cannata è lì a testimoniarlo: una lettura di documenti già noti, poi tutto un sottrarsi a ulteriori approfondimenti dei commissari parlamentari che l’avevano convocata, in sintesi la dichiarazione di una irresponsabilità – evidentemente consentita dalla legge – ma che in un paese civile, in cui la maggioranza dei cittadini ogni giorno fatica e suda, non può più essere tollerata.