“Dovevamo assumere due persone, ma ora abbiamo sospeso tutto”. Colpa della reverse charge, l’inversione contabile introdotta per alcuni settori dalla legge di Stabilità. Il meccanismo prevede che l’Iva venga versata all’Erario dagli acquirenti del prodotto e non più dai venditori, che così non vedono transitare l’imposta nelle loro casse, finiscono in credito Iva e devono attendere il rimborso dallo Stato. Carlo Ambrosio, contitolare dell’azienda agricola Santa Caterina di Cordovado (Pordenone), ne parla come di un provvedimento dalle conseguenze “devastanti”. La sua protesta si aggiunge a quella di altri imprenditori, come i fornitori della grande distribuzione. Nel loro caso però la norma deve passare al vaglio della Commissione europea, che secondo le ultime indiscrezioni ha già fatto sapere a Palazzo Chigi che non darà l’ok. L’inversione contabile rimarrà invece negli altri settori previsti dalla manovra finanziaria, come quello energetico. E da qui vengono fuori i nuovi problemi che l’azienda di Ambrosio, otto dipendenti in tutto, dovrà affrontare. “Produciamo energia elettrica con le biomasse da tre anni. D’ora in poi non incasseremo più l’Iva da chi compra l’energia per poi versarla allo Stato, ma intanto continueremo a pagarla a chi ci vende le sementi per le biomasse e i mangimi per gli animali, da cui poi ricaviamo il letame e i liquami da utilizzare nell’impianto”.

L’azienda si troverà così a regime con un credito d’Iva di 150mila euro, su un giro di affari di circa 2 milioni. “Visto che i nostri utili sono intorno ai 50mila euro, prima di incassare il rimborso Iva dovremo ricorrere a un prestito delle banche per avere un flusso di cassa positivo, pagandoci sopra gli interessi. E dovremo aspettare di avere i nostri quattrini indietro dallo Stato anche per distribuire i dividendi ai soci. Pazzesco”. Ma non finisce qui, perché la stessa riscossione del rimborso Iva comporterà nuove spese. Innanzitutto bisogna fornire una fideiussione all’Agenzia delle entrate, che così si garantisce dal rischio che accertamenti futuri dimostrino che il rimborso non era dovuto. “Poi c’è da fare la pratica dal commercialista, con tanto di onorario”. Ad Ambrosio non va giù nemmeno un altro aspetto: “L’Erario restituisce il credito Iva nel corso dell’esercizio successivo a quello in cui è stato cumulato. Il meccanismo dell’inversione contabile finisce così per essere un finanziamento forzoso infruttifero allo Stato, che si farà bello con una trimestrale di cassa migliore a scapito delle imprese in difficoltà”.

Il governo, va detto, ha esteso la reverse charge per contrastare l’evasione, visto che in certi settori i fornitori sono considerati più propensi a mettere in atto frodi basate su società schermo, in cui il debitore dell’Iva scompare prima di averla versata al fisco. “Un buon proposito – commenta l’imprenditore agricolo – messo però in pratica in modo devastante e da incompetenti. Chi produce energia da biomasse la vende al Gse, che è una società pubblica. Come facciamo a evadere se non trattiamo con privati? Come facciamo a scomparire, con la nostra azienda, se abbiamo 350 capi di bestiame?”. Domande a cui i politici che vanno in tv, secondo Ambrosio, non danno alcuna risposta. “Il governo è entrato come un elefante in una cristalleria, senza distinguere tra caso e caso. L’inversione contabile forse va bene per i produttori di energia fotovoltaica, visto che sul sole non pagano l’Iva. Ma noi su semi e mangimi la paghiamo, quindi andiamo per forza in credito”.

Ambrosio e i suoi cugini hanno costruito l’impianto a biogas nel 2012 per salvare l’azienda, visto che l’attività agricola tradizionale, da sola, non era più sostenibile: “Facciamo questo lavoro da sempre e i nostri genitori venivano da famiglie di mezzadri. Con la sola vendita di latte non ce la facevamo più, visto che ormai le grandi aziende ce lo pagano quasi a prezzo di costo”. Ma ora l’iniziativa di produrre energia da biomasse rischia di ritorcersi contro l’azienda e di affossarla. E quella della reverse charge è solo l’ultima delle novità che, secondo Ambrosio, si sono abbattute sulle imprese agricole. Come il decreto Renzi dello scorso aprile, che ha reso non più imputabile a reddito agrario quanto derivato dalla produzione di energia, imponendo un regime fiscale più oneroso: “Niente da dire sul principio – commenta Ambrosio -. Ma non si possono cambiare le regole fiscali senza un periodo di transizione. Altrimenti la conseguenza è che un piano di investimento come il nostro, che era programmato per 15 anni, non sta più in piedi dall’oggi al domani”.

E sullo sfondo c’è anche il problema delle quote latte, che dal prossimo aprile scompariranno: “Negli anni passati abbiamo continuato ad acquistarle da altri produttori che chiudevano la loro attività. Abbiamo investito denaro, confidando nella correttezza dello Stato e dell’Unione europea. Ci siamo sbagliati”.

@gigi_gno