Democrazia-cercasi-AzzaràComincio subito con le presentazioni. Stefano G. Azzarà è uno studioso delle principali tradizioni filosofico-politiche dell’età contemporanea (conservatorismo, liberalismo, socialismo), insegna Storia della Filosofia politica all’Università di Urbino ma nasce a Messina nel 1970. È segretario alla Presidenza della ‘Internationale Gesellschaft Hegel-Marx’ e membro del comitato di redazione di Marxismo Oggi. Dal suo blog www.materialismostorico.it lancia messaggi pensanti al popolo della rete. Praticamente un Panda, in via d’estinzione. Conferenziere, saggista, scrive libri. L’ultimo si chiama Democrazia cercasi – Dalla caduta del Muro a Renzi: sconfitta e mutazione della sinistra, bonapartismo postmoderno e impotenza della filosofia in Italia (Imprimatur Editore). Un requiem in memoria della democrazia? “Noooo, che sono superstizioso!”, la butta lì il professore. Siamo, allora, come un bambino con troppi giocattoli, finisci con l’averne la nausea.

“C’è sostanziale accordo tra gli studiosi, in merito alle trasformazioni che negli ultimi decenni hanno cambiato in senso ‘anglosassone’ il volto democrazia; molto meno ce n’è invece sul giudizio da dare su questi processi: per questo libro, la democrazia è una forma storicamente determinata di formalizzazione del conflitto e dunque ha un inizio ma può anche avere un termine – spiega Azzarà – Oggi essa è semplicemente finita. O meglio, è esaurita nelle sue forme ‘moderne’: in quelle forme forti e inclusive che comprendono non soltanto il suffragio universale proporzionale ma anche l’imposta progressiva, il riconoscimento dei diritti economico-sociali e la partecipazione attiva, autonoma e organizzata degli interessi delle classi subalterne alla vita politica”.

La democrazia moderna è l’esito di un lungo e complicato conflitto tra le classi e al loro interno che comprende quasi due secoli di rivoluzioni, guerre mondiali e guerre di liberazione. E che ha condotto progressivamente ad un compromesso e ad un significativo riequilibrio tra le classi come tra le nazioni. Si capisce perciò che la sua storia sia anzitutto la storia dell’unificazione dei gruppi subalterni e del loro inserimento in una sfera politica che era prima monopolio della grande proprietà. E si capisce, di conseguenza, che la sconfitta storica di queste classi, schiantate e frantumate già sul terreno del lavoro da una violenta controffensiva dei ceti dominanti, doveva ripercuotersi sulle istituzioni democratiche, svuotandole dall’interno. “Se Berlusconi ci ha messo del suo, ben più sostanziale è stato, in realtà, il contributo della sinistra. E’ la sinistra ad agevolare il passaggio al maggioritario. E’ la sinistra che rompe il tabù della guerra. Ed è sempre la sinistra che smantella la costituzione formale e, con l’adesione alla gabbia di Maastricht, quella materiale”, continua il prof.

Frastornati dalla caduta del Muro, gli eredi del Pci hanno preteso di governare processi più grandi di loro ma hanno in realtà assecondato lo slittamento a destra del quadro politico complessivo, fino a “mutare” definitivamente. La scalata del Pd da parte di Matteo Renzi non rappresenta dunque una discontinuità ma è stata preparata nel corso di vent’anni da quello stesso ceto politico e sindacale che oggi la contesta ma rimane assai restio all’autocritica. Nulla di tutto questo sarebbe però accaduto senza una parallela trasformazione delle forme di coscienza, ovvero senza la grande trasformazione culturale “postmoderna” che chiama in causa la stagione 1968-’77, quando l’ultimo ciclo di lotte emancipative del Novecento si rovesciava in una “rivoluzione passiva” (Gramsci). La contestazione del progresso in nome di un eterno presente, o la negazione del principio di eguaglianza in favore della «differenza», così come la demolizione del ruolo dei partiti o dello Stato, si è rivelata di fatto una sconfessione del progetto moderno di emancipazione universale condotta in nome di un individualismo assoluto. Anche la denuncia della ragione, cui è stato contrapposto il “desiderio”, o il “corpo”, si è tramutata in una contestazione della politica come trasformazione consapevole e progettuale della realtà. La svolta postmoderna rompeva così ogni equilibrio tra legittimazione e critica della modernità. Nonostante le ottime intenzioni di Deleuze o Foucault, è stata perciò facilmente riassorbita nella restaurazione neoliberale, della quale ha finito per rappresentare l’accompagnamento culturale. Al posto della libertà moderna come trasformazione positiva del mondo ci rimane perciò oggi la libertà tutta negativa del consumo (sempre meno, tra l’altro) e quella tutta ermeneutica dell’immaginario.

Per ricominciare a riempire di contenuti il guscio vuoto della democrazia, si tratta allora di riscoprire il primato della realtà – a partire dalla realtà del lavoro – e dei conflitti che la agitano. E di dar vita a un paziente lavoro di ricucitura, sul piano della teoria e della cultura oltre che su quello dell’organizzazione politica, che consenta ancora una volta alle parti più deboli della società di riconoscersi in un interesse comune e di accumulare assieme nuove forze. “Quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dallinizio”, diceva Gramsci: appunto, «unire ciò che è (stato) diviso».

Twitter @januariapiromal