“Sono stato accusato di mancanza di sensibilità per le vittime: cospargersi il capo di cenere è un modo per esibire i propri sentimenti. Una scelta che non ho fatto. Il dolore non va esibito per strumentalizzarlo”. Lo ha detto Francesco Schettino nella sua dichiarazione spontanea in aula leggendo un testo. Schettino ha iniziato a parlare di “momenti di dolore che ho condiviso coi naufraghi a casa mia”, ma dicendo questo si è messo a piangere aggiungendo “Non volevo questo”, quindi ha interrotto il suo intervento. I giudici del tribunale di Grosseto si sono ora ritirati in camera di consiglio: la sentenza è attesa per stasera o domani 12 febbraio. La Procura ha chiesto 26 anni e 3 mesi di pena. “Sento di dire e, forse non è stato compreso, che il 13 gennaio 2012 sono in parte morto anche io. Dal 16 gennaio la mia testa è stata offerta con la convinzione errata di salvare interessi economici” ha aggiunto l’ex capitano della nave da crociera naufragata sulle coste dell’isola del Giglio. “La divulgazione di atti processuali prima che fossero analizzati” fin dall’inizio, fino a questa “fase del processo in cui sono state dette frasi offensive, si avvalora l’immagine di uomo meritevole di una condanna”. Una condanna, ha aggiunto Schettino, “che soddisfi il progetto iniziale di logiche utilitaristiche chiare”. Il comandante della Concordia ha parlato di “dolore per quanto avvenuto”. “E’ difficile definire vita quella che sto vivendo”. Anche i “media sono caduti nella trappola, benché non tutti. Hanno distorto la realtà dei fatti”. 

Gli avvocati del comandante, all’ennesima udienza dedicata alle arringhe, hanno definito Schettino un perseguitato. Anzi: “La peggiore vittima di questa vicenda – ha detto il legale Domenico Pepe – è quel signore che io difendo, Francesco Schettino, a cui si vuole infliggere un pena che sembra un ergastolo, perché questo è stato praticamente chiesto per quest’uomo. E’ possibile che non ci si renda conto che costui in questi tre anni ha subito di tutto, ha sofferto come nessun altro mortale”. “E’ stato mortificato, dileggiato, offeso, ingiuriato in udienza, perseguitato dalla stampa e dalle forze dell’ordine”. Secondo Pepe Schettino “non si può muovere, non può andare al ristorante. Qui a Grosseto ci siamo dovuti nascondere sperando di non essere visti. In questi tre anni è come se avesse subito 30 anni di carcere”. E quelli dell’accusa “sono stati voli pindarici. E’ stata messa insieme una quantità enorme di dati difficilmente interpretabili da un comune mortale. E’ stato un enorme minestrone di cui difficilmente si è colta la sintesi se non dopo mesi grazie al nostro miglior tecnico, che è stato Schettino stesso”.