hard choicesHo appena terminato di leggere “Hard Choices”, il libro scritto dalla probabilissima prossima Presidente degli Stati Uniti Hillary Clinton, in cui la stessa racconta in dettaglio il proprio mandato da Segretario di Stato sotto la prima amministrazione Obama.

La Clinton svela alcuni retroscena (non molti, per la verità) sul suo quadriennio a capo della più potente macchina diplomatica del mondo. Raccontando del solito armamentario con cui ogni Segretario di Stato si trova a dover fare i conti: Medio Oriente, la questione palestinese, i rapporti con Cina e Russia, la lotta contro i regimi autoritari africani e latino-americani, i difficili rapporto con la vecchia Europa, conservatrice e rallentata. Niente di particolarmente peculiare rispetto, tanto per fare un paragone, alle memorie di Condoleeza Rice, che servì nello stesso ruolo durante il secondo termine di George W. Bush.

Ci sono però due passaggi a mio parere piuttosto inquietanti, buttati lì con nonchalance che, agli occhi di un lettore critico ed attento, hanno lo stesso effetto di un jab dritto nello stomaco. Come probabilmente già saprete, vi fu all’interno del team di Obama una forte discussione circa la necessità di intervenire con le forze Usa in Siria. Buona parte sia del Pentagono che della Segreteria di Stato spingeva per tale soluzione, ed alla fine Obama si prese la responsabilità di non ascoltare i suoi più fidati consiglieri e decise per un non-intervento militare. Scelta che molto probabilmente è stato uno dei fattori determinanti che portò la Clinton a non accettare l’offerta presidenziale di fare un secondo mandato alla Segretaria.

Durante il dibattito interno, in cui più di una persona aveva portato l’esempio dell’intervento in Libia quale metro di paragone per giustificare un’azione in Siria, la Clinton cita ripetutamente la questione degli interessi (economici) americani in gioco in Libia ed in Siria per compiere una distinzione tra la necessità di intervenire oppure no. Il che stride drammaticamente con il tono generale del libro, in cui si parla ripetutmente di diritti umani, democrazia, uguaglianza di genere e quel set di valori universali di cui gli Stati Uniti si sentono custodi principali (ed a volte esclusivi) a livello mondiale, tanto da promuoverne a getto continuo l’adozione in tutti i paesi del mondo. Insomma, i valori fondanti della Dichiarazione d’indipendenza americana del sempre più compianto Thomas Jefferson devono essere la base di qualunque democrazia moderna….solamente però se al contempo ciò serve a proteggere gli interessi economici degli Stati Uniti. Altrimenti, si può anche chiudere un occhio, se non due.

Ugualmente, è molto divertente immaginare la Clinton in viaggio per il mondo a perorare la causa del ricambio generazionale e dell’alternanza al potere con quelle che vengono definite “democrazie malate”, ove il bastone di comando rimane sempre in mano ad un gruppo ristretto di persone (gli oligarchi) con poderosa forza economica e forti connessioni familiari. Senza dover parlare di paesi con situazioni troppo estreme, state pensando all’Argentina, con la Presidente Cristina Kirchner che è succeduta al proprio marito? Oppure alla Thailandia, con l’ex Primo Ministro Yingluck Shinawatra fortemente “spinta” dal ricchissimo e potentissimo fratello maggiore Thaksin, che a sua volta era stato Primo Ministro prima di essere rovesciato da un colpo di Stato?

Suvvia, perché dovete fare un tal sforzo di fantasia. Andate sul sicuro e pensate agli Stati Uniti: da come si sta configurando la prossima corsa presidenziale, siamo ad un nuovo episodio della saga Clinton (Hillafry)-Bush (Jeb). Insomma, con la sola virtuosa parentesi Obama, il paese che si considera la democrazia più matura del mondo ed il tenutario della verità su come promuovere la stessa attraverso il globo ha avuto, negli ultimi 30 anni, la seguente formazione al potere: George Bush padre dal 1989 al 1993, Bill Clinton marito dal 1993 al 2001, George W. Bush figlio dal 2001 al 2009 e probabilmente Hillary moglie dal 2017 al 2021 (o in alternativa Jeb Bush figlio-fratello). Ma davvero noi europei dobbiamo farci dare lezione da questi signori?