La vittoria di Tsipras e l’affondo negoziale contro la Troika di Varoufakis sono l’alibi perfetto per gli insospettabili autori di un delitto pianificato sin dal 2011: l’assassinio dell’austerità di rito francofortiano. Invisa alla larga maggioranza di governi e popoli d’Europa, accusata giustamente dei molti dolori di un continente ormai unito da economie interdipendenti e da comuni interessi geopolitici, la filosofia nata sulle rive del Meno è ormai avviata a una rapida tumulazione.

Eppure non oggi essa subisce il fatale attacco. Non da oggi il suo destino è realmente segnato.

Per capire quando comincia ad essere forgiato il pugnale ora impugnato da Syriza, bisogna partire dal 2011 e precisamente dall’11 febbraio di quell’anno, quando il governatore della BundesBank – e principale candidato alla successione di Jean-Claude Trichet alla presidenza della Bce – Axel Weber, abbandona improvvisamente il proprio incarico, denunciando “il mancato appoggio del proprio Governo”: cosa è successo? Cosa ha potuto indurre il suicidio di un candidato perfetto per garantire una linea rigorista al governo dell’Euro?

Cerchiamo di ricostruire il clima di quelle settimane: la crisi greca è già esplosa in tutto il suo fragore; il Portogallo è dichiaratamente incapace di far fronte da solo al proprio debito e sinistri scricchiolii si odono provenire da Madrid; Jean-Claude Trichet ha già da tempo lanciato un piano di intervento a sostegno di Atene presto rivelatosi insufficiente a riportare la calma sui mercati anche a causa dei tentennamenti dei leader europei: e i tentennamenti sono particolarmente intensi proprio a Berlino, dove Angela Merkel (per cultura e storia personale istintivamente orientata a favorire l’intervento pubblico in economia) non sa che pesci pigliare.

La confusione regna sovrana.

In questo clima occorre trovare un successore di Trichet e in base alle regole non scritte della coabitazione franco-tedesca, toccherebbe a Berlino nominarlo. Proprio in quelle settimane, tuttavia, si cominciano a udire con una certa insistenza le prime avvisaglie di un “double dip” della recessione avviata dal crack dei mutui sub-prime; proprio in quei giorni comincia a esser chiaro che lo tsunami finanziario è ormai affare esclusivo del Vecchio Continente e che il modello europeo fatto di grande industria ed economia sociale di mercato non è una diga capace di contenere gli eccessi della finanza deregolamentata.

Il governo della Merkel è stretto in una morsa a tenaglia: da un lato l’assillo di una crisi finanziaria senza precedenti che potrebbe mettere a rischio non solo l’Euro, ma soprattutto i bilanci di alcune importanti banche tedesche (in primis il “mostro” Deutsche Bank, campione del mondo di derivati Otc e tra i principali creditori del governo greco); dall’altro il concreto rischio di disastro politico ove i probi e parsimoniosi elettori tedeschi presentissero una qualche forma di debolezza del Cancelliere verso gli infidi sperperatori del Sud-Europa.

Che si fa? Beh una cosa è certa: se il governo tedesco vuole assicurarsi il monopolio della retorica del rigore, deve impedire che a Francoforte si vada a sedere il padre nobile dei rigoristi: Axel Weber, per l’appunto. E dunque accade l’impensabile. Angela Merkel “costringe” Weber a dimettersi dalla BundesBank e al suo posto piazza l’improbabile Jens Weidmann (notoriamente privo di qualsivoglia esperienza nel sistema delle banche centrali, eccezion fatta per due brevi stage presso la Banque de France e alla National Bank of Rwanda). La debolezza curriculare di Weidmann e l’impossibilità di nominare nuovamente un francese fanno il resto: Draghi è il nuovo presidente della Bce.

Può cominciare finalmente il ridicolo (e dannoso) teatrino al quale assistiamo ormai da quattro anni: il governo tedesco che si lagna da mane a sera della moneta facile, che rivendica la necessità di austerità in tutto l’orbe terracqueo e la Bce a guida italiana che allarga sempre di più i cordoni della borsa, col solito dissenso del solito Weidmann e il consenso di tutti gli altri membri del board. Il tutto in un rimpallo esasperante di responsabilità e con disastrosa lentezza.

E il teatrino non è composto solo da politici, ma anche da altissimi ermellini.

Il 7 febbraio 2014 assistiamo alla più alta performance di tartufismo in salsa teutonica che la storia dell’Uem ricordi: la Corte Costituzionale Tedesca, invocata dai soliti perditempo rigoristi di rito bavarese, emette una sentenza memorabile, dicendo che sì, in effetti è vero, può darsi proprio che le manovre di Draghi (Omt e Esm) violino la Costituzione tedesca, però è anche vero che prima di affermarlo bisogna avere dei chiarimenti sul punto dalla Corte di Giustizia Ue. Tradotto per i non addetti ai lavori: “Prima di decidere se gli organi dell’Unione stiano o no adottando provvedimenti in violazione della costituzione tedesca dobbiamo chiedere un parere a un organo dell’Unione”. Bene, bravi, bis.

Ma facciamo un bel salto e arriviamo ad oggi, anzi a ieri sera: dopo le prime schermaglie tra il dinamico duo Varoufakis/Tsipras (per cui faccio selvaggiamente tifo) e la Commissione, Mario Draghi, con la grazia di un elefante in una cristalleria (e facendomi quasi pentire del mio ultimo post), annuncia al mercato che la Bce non accetterà più titoli greci in garanzia, suscitando la reazione piccata e condivisibile del governo greco. Ebbene, devo ammettere che in un primo momento ho piuttosto malgiudicato quest’iniziativa, salvo poi, leggere con calma e per esteso il comunicato Bce al mercato e scoprire che anche questo è un magnifico manifesto di rigore de noantri: “le necessità di liquidità delle controparti (greche, ndr) che non avessero garanzie alterantive (ai titoli greci, ndr) potranno essere soddisfatte la banca nazionale rilevante (quella greca, ndr) nel contesto delle operazioni di liquidità d’emergenza”, dice il comunicato.

Insomma, cari greci, soldi non ve ne diamo più… a meno che proprio non vi servano, nel qual caso vi preghiamo di stamparveli da soli.

Austerity requiescat in pace.