Dall’accusa di eresia alla beatificazione per martirio in odio alla fede. Si conclude con un lieto fine la lunga vicenda di monsignor Oscar Arnolfo Romero Galdámez, l’arcivescovo di San Salvador ucciso il 24 marzo 1980 da un cecchino di estrema destra mentre celebrava la messa a causa del suo impegno contro le violenze della dittatura militare del suo Paese. Ci voleva un Papa dell’America Latina come Jorge Mario Bergoglio per riportare la verità e la giustizia nella vicenda di monsignor Romero. Francesco, infatti, ha autorizzato il prefetto della Congregazione delle cause dei santi, il cardinale Angelo Amato, a promulgare il decreto che riconosce finalmente il martirio dell’arcivescovo di San Salvador. Ora bisognerà soltanto fissare la data della cerimonia di beatificazione che, come lo stesso Bergoglio ha già precisato, non sarà presieduta dal Pontefice.

Ma il merito più grande di Francesco, subito dopo l’elezione al pontificato, è stato quello di aver sbloccato la causa di Romero che era ferma da anni all’ex Sant’Uffizio. “Il processo – come aveva raccontato Francesco ai giornalisti – era alla Congregazione per la dottrina della fede, bloccato ‘per prudenza’, si diceva. Adesso è sbloccato. È passato alla Congregazione per i santi. E segue la strada normale di un processo. Dipende da come si muovono i postulatori. Questo è molto importante, di farlo in fretta. Io, quello che vorrei, – aveva auspicato il Papa – è che si chiarisca: quando c’è il martirio ‘in odium fidei‘, sia per aver confessato il credo, sia per aver fatto le opere che Gesù ci comanda, con il prossimo. E questo è un lavoro dei teologi, che lo stanno studiando. Perché dietro Romero, c’è Rutilio Grande e ci sono altri che sono stati uccisi, ma che non sono alla stessa altezza di Romero”.

Francesco non ha mai avuto dubbi sull’arcivescovo di San Salvador ucciso dagli squadroni della morte: “Per me Romero è un uomo di Dio, ma si deve fare il processo, e anche il Signore deve dare il suo segno”. Già in vita il futuro beato era stato accusato, anche dal Vaticano, di essere troppo vicino alla teologia della liberazione, e quindi di essere uscito fuori dai rigidi canoni dell’ortodossia della Chiesa cattolica. Si racconta di un rapporto burrascoso con il beato Paolo VI. Nell’ultima udienza privata con Montini, il 24 giugno 1978, Romero lasciò al Papa questa nota: “Lamento, Santo Padre, che nelle osservazioni presentatemi qui in Roma sulla mia condotta pastorale prevale un’interpretazione negativa che coincide esattamente con le potentissime forze che là, nella mia arcidiocesi, cercano di frenare e screditare il mio sforzo apostolico“.

Quando fu ucciso nel 1980, in Vaticano i più stretti collaboratori di san Giovanni Paolo II consigliarono al Papa polacco di non andare a presiedere i funerali. Ma proprio Wojtyla, durante il Giubileo del 2000, commemorando al Colosseo i nuovi martiri cristiani, sposò la tesi della sua riabilitazione: “Pastori zelanti come l’indimenticabile arcivescovo Oscar Romero, assassinato sull’altare durante la celebrazione del sacrificio eucaristico”. Proprio alla vigilia di quella celebrazione, il fondatore della Comunità di sant’Egidio, lo storico Andrea Riccardi, come ha rivelato lui stesso, parlò con san Giovanni Paolo II di Romero. “Dicono che sia una bandiera della sinistra”, gli replicò il Papa polacco. “Io – racconta Riccardi – gli ricordai la sua visita a San Salvador, quando si impose per andare sulla tomba dell’arcivescovo, nonostante la volontà contraria del governo. Stese le mani sulla tomba e disse: ‘Romero è nostro'”.

Twitter @FrancescoGrana