Martedì 27 gennaio J.M. Berger, ricercatore della Brooking Institutions, ha depositato una testimonianza al Congresso americano sull’utilizzo dei social media da parte dello Stato Islamico. Secondo la relazione, 4 pagine di anticipazione di un lungo report che verrà pubblicato a marzo, ci sarebbero circa 45.000 account di Twitter usati da sostenitori di Abu Bakr Al-Baghdadi. I dati, come scrive lo stesso Berger, sono relativi allo scorso autunno, quando, dopo la pubblicazione da parte dell’Isis del video della decapitazione del freelance americano James Foley, Twitter ha iniziato a monitorare e limitare gli account a sostegno dello Stato Islamico.

Il rapporto ha rilevato che 800 “profili verificati” dell’Isis sono stati sospesi da settembre 2014 a gennaio del 2015 così come altre 18.000 utenti sospetti. La strategia sofisticata degli uomini di Al-Baghadi nell’utilizzo dei mezzi di comunicazione è uno dei fattori che ha differenziato lo Stato Islamico dalla precedente comunicazione “più rudimentale” di Al Qaeda e gioca, secondo diversi esperti, un ruolo chiave per il reclutamento di combattenti dai paesi stranieri.
Il gruppo diffonde sistematicamente in rete messaggi di propaganda che permettono di apparire tra i primi risultati negli strumenti di aggregazione e ricerca sul web. L’organizzazione si avvale anche dei “bots“, programmi che accedono ai social media come se fossero un utente umano. Berger ne ha censito migliaia che nel web fanno propaganda “per conto dell’Isis e di altre organizzazioni illegali”.

Il ricercatore della Brookings a giugno sulla rivista The Atlantic spiegava già come gli uomini del califfato sono in grado di amplificare e diffondere i loro messaggi sui social media. Una delle applicazioni più riuscite è Fagr al-basha’r (l’alba delle buone cose) progettata, in lingua araba, per far ricevere agli utenti tutte le notizie e gli aggiornamenti sull’attività dello Stato Islamico. Centinaia di persone l’hanno scaricata sui loro smartphone fornendo diversi dati sulla propria identità. Una volta effettuata l’autenticazione, il profilo Twitter dell’utente pubblica in automatico dei materiali prodotti da quelli che vengono definiti “gli addetti ai social media dell’Isis”. Non solo, i contenuti vengono twittati in contemporanea da tutti gli utenti che hanno effettuato l’accesso su Fagr.

L’applicazione esiste dallo scorso aprile ma ha raggiunto il suo massimo utilizzo due mesi dopo, durante l’offensiva degli uomini dell’Isis sulla città irachena di Mosul. Sempre a giugno, quando i media parlavano di un’avanzata dello Stato Islamico su Baghdad, Fagr ha permesso la pubblicazione di centinaia di tweet contenenti una foto con la bandiera dell’Isis sopra la capitale irachena e la scritta “Baghdad arriviamo“. In quei giorni la foto è arrivata nei primi risultati alla parola “Baghdad” nella ricerca per immagini di Twitter.

Un altro sistema riguarda invece l’utilizzo delle campagne di hashtag. Centinaia di account twittano lo stesso contenuto in un determinato lasso di tempo per entrare tra i trend del social network (cioè gli hashtag più usati del momento).
In questo modo lo Stato Islamico è riuscito a ottenere molta più visibilità rispetto al gruppo rivale di Jahbat al-Nusra (altra organizzazione jihadista che combatte in Siria ma è affiliata ad Al Qaeda) nonostante su Twitter entrambi i gruppi abbiano un numero simile di sostenitori.

Come analizzato da Berger, lo scorso febbraio l’ Isis ha registrato circa 10.000 mentions giornaliere ai suoi hashatag mentre Al-Nusra solo tra le 2.500 e le 5000. La relazione presentata al Congresso commenta positivamente la decisione di chiudere diversi account a sostegno dell’Isis e sostiene inoltre che lasciarne alcuni aperti sia utile per continuare ad avere informazioni sull’organizzazione. La sospensione dei profili che inneggiano al jihad è dunque un buon deterrente per la propaganda ma “il monitoraggio deve essere continuo per evitare che il network si rigeneri”.

Secondo il rapporto, le procedure di segnalazione messe a disposizione anche da Facebook e Youtube, dopo un lungo dibattito sui limiti della libertà di espressione, devono continuare. Ma l’approccio dei controlli ai social media – conclude il documento – deve comunque essere bilanciato e deve tenere in considerazione diversi soggetti, dai governi ai singoli individui, per evitare “di creare degli strumenti che diano potere a movimenti repressivi o a governi dittatoriali”.