“Capito, Gabrie’? Sono inutile. Semplicemente inutile”.

Incontro un vecchio compagno del liceo un sabato mattina, in giro per Roma. Ha un anno meno di me. Ricordo il ragazzo brillante e pieno di interessi di venti anni fa. Lo stesso ragazzo con cui ho condiviso le gite scolastiche. Per esempio, io in quinta, lui in quarta, a Parigi. Ricordo il suo umorismo caustico, il suo ottimismo, il suo buon umore perenne.

È quel periodo meraviglioso della tua vita in cui pensi che ciò che ti aspetta sarà solo bello e avvincente. Ora è con la moglie, la figlia di tre anni, si gode una mattinata di sole di fine gennaio.

Non sono su Facebook (io, Gabriele), quindi vivo questi incontri con la gioia inaspettata di ritrovare qualcuno che non vedi da tantissimo tempo.

Solite chiacchiere. Che fai, cosa non fai. Sposato, figli, eccetera. Ovvio che arriva la domanda: “E il lavoro?”. Mai avrei immaginato, in quella fase liceale così disincantata della mia vita, che questa sarebbe diventata la domanda più temuta. Magari mi sarei aspettato un “faccio un lavoro che non mi piace, ma che mi dà da vivere”. Una risposta tipica dei nostri genitori. Mai mi sarei aspettato che qualcuno, a 42 anni, mi dicesse: “Sono disoccupato”. O, come nel caso del mio amico: “Sono un esubero“. “Un esubero. Se cerchi sul dizionario trovi: eccesso, avanzo. Sono un avanzo. Qualcosa di inutile. Hai presente quella cosa di cui puoi fare tranquillamente a meno? Ecco: quella cosa sono io”.

Forse adesso si aspetta che io dica qualcosa. Ma non so proprio cosa dire.

“Sai una cosa, Gabrie’? Non ci avevo mai pensato. Forse nessuno ci pensa finché non tocca a lui. Senti: la tal azienda taglia tot posti di lavoro, ci saranno tot esuberi, tot esodati, tot persone saranno messe in cassa integrazione. Poi tocca a te. Poi se tu quello che non serve più”.

Continuo a non dire nulla. Non so davvero cosa dire.

“Mi rendo conto che rientrare nel mercato del lavoro alla mia età sarà difficile. Ma non mi perdo d’animo. Ho una figlia che devo crescere. Non posso commiserarmi. Mi devo dare da fare”.

Ci scambiamo i numeri di telefono, ci diamo appuntamento a qualche giorno più in là, per parlare con calma. Tornando a casa ripenso a quello che mi ha detto. Con quanta leggerezza si parla di tagli di posto di lavoro. Si sommano numeri. Senza pensare che dietro quei numeri, dietro ogni numero, c’è una vita. Una famiglia. Una storia. Una sofferenza.

Non credo che se, invece di usare una parola come “esubero”, si usasse “gelato al limone” la sostanza cambierebbe. Però dimostrare un po’ più di umanità – se la si possiede – farebbe capire che è della vita degli altri che stai parlando. Che tagliare il suo posto di lavoro vuol dire non solo togliergli di che vivere ma, come nel caso del mio amico, farlo sentire inutile.

Non solo le parole e il loro significato sono importanti, come ci ha insegnato Nanni Moretti, lo sono anche le vite degli altri. Che non sono numeri.

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