E poi, dopo infiniti discorsi sul femminicidio, dopo interminabili chiacchiere, spesso vuote, sulle questione della violenza sulle donne, e spettacoli e recital di donne per le donne, arriva Alessandro Riccio, attore brillante fiorentino con una variegata carriera-gavetta alle spalle, così di soppiatto, quasi senza che il pubblico se ne accorga, con tocchi leggeri, e assesta una pugnalata senza enfasi, punge senza sottolineature inutili cariche di eccessivo pathos e di emozioni costruite a tavolino, esplicite e dirette.

La nuova produzione Bruna è la notte nasce come cabaret vintage. Ma è tutt’altro. Prende vita e corpo in quel limbo in bianco e nero fumoso che si trasforma, si sposta. Un locale dove la coltre regna spessa e solida (a proposito è proprio di questi giorni la petizione dei registi italiani contro il possibile e paventato divieto di mostrare le sigarette al cinema), una sciantosa cantante in età avanzata, colma di gioielli e paillette, di insicurezze trasformate in aggressività e borse sotto gli occhi, di pinguedine da alcool e messe in piega vaporose, di sciali e foulard e cicche sempre accese, accompagnata al piano dal suo contrario, dal suo alter ego, un preciso, compunto, timido, impaurito musicista, vestito fuori moda, con abiti improbabili e accostamenti cromatici imbarazzanti. Il diavolo e l’acqua santa.

Sembra una serata come tante altre: la signora del palco a tratti è volgare, sboccata, apostrofa le hit immortali di Gino Paoli, denigra la Vanoni “con le adenoidi”, disprezza i sentimentalismi, tutte le edizioni di Sanremo, i balli del mattone, le sviolinature, le smancerie, le rime cuore-amore. Poi, man mano che si entra nel suo mondo, a piccoli passi, a strattoni, ci conduce, suadente e irriverente, come una nonna, ma burbera e canaglia, nel suo universo fatto di regole non scritte, di notti pece, di uomini meschini, di bordelli, di denso maschilismo, di tutto quello che il benpensantismo vuole negare o non vuole vedere né riconoscere.

Bruna

Con l’aiuto di qualche goccetto di gin a distogliere l’attenzione dal presente velato di malinconia, ad abbattere gli ultimi tabù rimasti in piedi, viene a galla la cruda verità: la miseria, la guerra, la strada, le case chiuse prima, il marciapiede poi, il marciume degli uomini di passaggio, l’essere usata, le vane promesse. E le risate mutano in silenzio, in ascolto lucido. Storie raccolte da Riccio che riesce sempre con destrezza a ribaltare i piani, a mescolare il salato delle lacrime alla dolcezza di bocche aperte in sorrisi sguaiati. E fa nomi e cognomi di vite dimenticate, passate, esistenze schiacciate e confuse, non così importanti da essere immortalate in canzoni o poesie, in rime baciate o romanzi, biografie sciupate, logorate e consumate come stracci. La commozione s’insinua e ci si sente stupidi ad aver riso fino all’attimo precedente quando la patina dell’allegria cola come rimmel, sempre senza vittimismi, come un trucco pesante per coprire le rughe del tempo vigliacco, delle privazioni, delle finte lusinghe, delle illusioni, delle difficoltà come macigni.

Il racconto prosegue, tra canzoni sempre più rarefatte e ricordi di autobiografie come ferite, le battute si fanno serafiche come coltelli, la Bruna (nome enfatico che suggerisce opacità e buio) sotto la sua fuliggine di cipria e vergogna, fondotinta e sfrontatezza, borotalco e bestemmie, si mette a nudo, con la semplicità dura e amara della verità che non fa sconti, che arriva come pugni, un diretto sui denti della fortuna che a qualcuno non ha mai sorriso.

Bruna ci racconta il dramma, sempre con ostentata nonchalance, con provocatoria indifferenza e supponenza, di milioni di donne in giro per il pianeta costrette a dare il proprio corpo per denaro, sotto minaccia, costrizione, per poter vivere o sopravvivere, resistere un giorno in più. Mentre da noi (ci viene in mente anche il Sexmachine di Giuliana Musso) c’è ancora chi pensa che le prostitute siano donne a cui piace fare quello che fanno, che provano piacere ed in più sono anche pagate per i loro sollazzi. Quando si vede la vita come un continuo porno, tutto si offusca, anche ciò che è più lampante, più abbagliante.

→  Sostieni l’informazione libera: Abbonati rinnova il tuo abbonamento al Fatto Quotidiano