Tra le altre cose, questo 2015 passerà alla storia del design milanese come l’anno in cui praticamente tutti – curatori, designer, aziende, musei – per far passare una proposta e darle visibilità dovevano inserirci a forza collegamenti col risaputo slogan dell’Expo: “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”. Allora non c’è mostra, evento, progetto, installazione, che possa procedere liberamente congedato dal bisogno di infilarci un qualche, seppur remoto, rapporto con la questione dell’alimentazione, anche quando palesemente stiracchiato.

Sembra già di per sé una buona notizia, quindi, che ci possa essere inversamente una mostra che magari abitava la testa del suo curatore da un po’ e che trova invece nell’anno dell’Expo finalmente il momento migliore per proporsi, tenendo insieme cibo, design, pianeta in modo facile e persuasivo, sotto un cappello anche abbastanza originale, almeno per questo mondo dai contorni morbidi, spesso frivoli e tranquillizzanti che è il design.“Il pasto del soldato in azione”, così recita il sottotitolo della mostra Razione K a cura di Giulio Iacchetti, che mette a confronto i kit di alimentazione per i militari provenienti da 20 diversi paesi. E con tempismo, a parte il rapporto finalmente intelligente coi temi dell’Expo, la mostra inaugura mentre fuori dalla sale impazza il tormentone sul coefficiente propagandistico di American Sniper e la parola “guerra” abita il vocabolario delle prime pagine dei quotidiani.

Razione K condensa, insieme a quello energetico, altro genere di coefficienti, come quello legato al design della comunicazione, all’antropologia, alle abitudini culturali, tutti inscritti nella composizione di questi kit – dalla scelta del codice colore all’organizzazione delle informazioni d’uso, dall’involucro ai consigli per la conservazione. Il risultato è una mostra che val la pena di visitare sia per chi è interessato al design, ma diseducato a pensarlo come progetto che può (dovrebbe!) animare anche i contesti più eterodossi rispetto a quelli canonici dell’arredo, sia per chi se ne frega altamente del design e ha il rifiuto verso i dilaganti progetti curatoriali introversi; per chi è interessato al Risiko, ma anche per chi non si è mai posto il problema del rifocillamento dei militari in azione; per scoprire un lato inesplorato nell’ambito del food design, o per ragionare sulle implicazioni salutistiche, sociologiche, performative legate all’apporto calorico.

La mostra, ospitata per un mese nella sala di ingresso della Triennale di Milano non è altro che lo srotolamento del contenuti di queste porzioni lungo dieci tavoli. Accanto una didascalia che indica il paese e l’inventario della sua razione, che può corrispondere al pasto di uno o più soldati oppure alla scorta per le intere 24 h.

Forse si sente la mancanza di qualche altra informazione (l’apporto calorico complessivo per esempio – riportato solo in alcuni casi – o il costo/valore per unità) e si avverte la parzialità degli esempi portati in mostra (per lo più riferiti all’asse occidentale), ma anche solo l’apposizione degli elementi così com’è ordinata è sufficiente a suggerirne una problematizzazione: per esempio la comparazione inevitabile tra un paese e l’altro non solo in termini di quantità (vedi il pasto del soldato thailandese confronto all’elenco dei Paesi Bassi) ma anche di qualità (la didascalia francese recita: “Razione individuale per un pasto, senza contenuto di carne di maiale”…), della strumentazione ausiliaria (chi fornisce posate, chi fiammiferi, chi spazzolini da denti e chi gomme da masticare, chi sacchetti per conservare e chi per riporre l’immondizia), ma anche il confronto tra un passato che non è esposto in mostra ma che possiamo immaginare standardizzato su criteri molto simili (l’invenzione della Razione K è del 1939) e un presente che forse ci saremmo immaginati in formato sintetizzato, liofilizzato, molecolarizzato e invece spesso reitera la messa in scatola.

Complesso e delicato è stato l’approvvigionamento del materiale dai diversi paesi, lo scetticismo verso la richiesta di esibirlo in una mostra, i controlli alla dogana. Che ci abbiano pensato un progettista e un museo del design a ospitarla e renderla pubblica invece, una volta tanto, è una cosa che ci fa onore e mostra una terza via per il mondo del progetto – in situazioni di precarietà come nell’anno tracotante dell’Expo – votata a principi di sobrietà, efficienza, autosufficienza.

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