“Ci aveva chiesto di spostare un sacco da lì, di portarlo da un’altra parte. Una cosa, un sacco che era sotto quel pino”. Così ha parlato un testimone, agli inizi del 2014. “Un sacco”. Non un cadavere. Questo non lo ha ammesso mai. “Ma ci è bastato per capire. Per avere la conferma”. La ricorda quella parola, la pronuncia per bene, la scandisce uno degli investigatori. “Un sacco”. Sapevano cosa cercare i carabinieri del Ros. Chi ascoltare. Ma dei tanti uno solo ha detto. A denti stretti. “Ed è stato sufficiente”. Non c’è spazio per le emozioni, quando si indaga. Ma ora il cerchio è chiuso e lo si può ammettere: “Non è stata una storia semplice, da nessun punto di vista”.

Dopo ventiquattro anni, ha un nome quello che per gli inquirenti è stato il sicario della piccola Angelica Pirtoli, due anni, la vittima del delitto di mafia più agghiacciante di cui il Salento abbia memoria. Anzi, di nomi ora ne ha due: Luigi De Matteis e Biagio Toma. Il primo, nel maggio del 1999, lasciò ammutoliti i giudici della Corte d’Assise di Lecce: “Nnu la facia chiui cu tegnu questo segreto qua, anche perché ci ho due figlie ed ogni volta che io le guardavo…”. Una confessione piena. E dettagli insopportabili, contro suo cognato: “Biagio Toma è sceso dalla macchina, ha preso la bambina per i piedi e l’ha sbattuta quattro-cinque volte vicino al muro e niente, cioè era morta la bambina”. Per i piedi. Contro il muro. Quattro-cinque volte. Il cranio fracassato. Come in Novecento, il film di Bertolucci. I fotogrammi stavolta erano veri: Parabita, Lecce, 20 marzo 1991.

Finora, nessun altro riscontro c’era stato contro Toma. Niente che potesse incastrarlo. Fino a quel “sacco”. E lui, lui che già assaporava il sole di Gallipoli assieme alla moglie e ai tre figli, avrà pensato che il momento di fare i conti con la verità è arrivato, quando, nel carcere di Trani, in mattinata, gli è stata notificata l’ordinanza di custodia cautelare. Firmata dal gip Simona Panzera, su richiesta del pm Giuseppe Capoccia della Procura Distrettuale Antimafia di Lecce, spazza via anche l’istanza già depositata per ottenere la detenzione domiciliare. Per il reato di estorsione aveva patteggiato una pena a 3 anni e 8 mesi; per due volte era già stato processato e assolto, per rapina e per possesso di stupefacenti. Gli era stata riconosciuta anche l’ingiusta detenzione. Ma ora, ora niente gli dev’essere sembrato uguale. Perché per lui, 47 anni, quel fine pena fissato a giugno rischia di tramutarsi in un fine pena mai.

Concorso in duplice omicidio pluriaggravato”. Questa l’accusa. Perché di morti in questa storia che ne sono due. Angelica e sua mamma. Paola Rizzello aveva appena 27 anni. La scostò, spavalda, la canna del fucile che De Matteis le aveva puntato contro: “Non mi fai paura”. Partì il primo colpo, diretto alla pancia. Colpì anche la bimba che lei teneva in braccio, al piedino destro. La scarpetta volò via. Angelica si mise a piangere. E poi il secondo colpo, sul petto. Paola è morta così. Ma lei, la piccola, lei era ancora viva. Loro la lasciarono lì, in quella campagna, vicino al casolare. Al buio. Ma ci ritornarono.

“Vabbè, tanto cresceva come la madre”. Tra di loro, si giustificarono con questa frase. Forse anche per dare un senso al comando che avevano ricevuto: “Se trovano la bambina in quelle condizioni, automaticamente si capisce che alla madre le è successo qualcosa, qualcosa di brutto … No, la bambina non si può lasciare. Voi sapete cosa dovete fare”. Questo era l’ordine che aveva impartito Donato Mercuri, colui che aveva pianificato l’omicidio nonché amante di Paola. Ma la sentenza, la condanna a morte, l’aveva firmata qualcun altro. Ma chi? Luigi Giannelli, a capo dell’omonimo clan di Parabita, uno dei grani della Sacra Corona Unita. Anche lui aveva avuto una relazione con la mamma di Angelica, agli inizi degli anni ’80. Paola sapeva troppo. Sapeva delle dinamiche del gruppo, sapeva dei delitti più eclatanti, conosceva i luoghi in cui veniva nascosta la droga, tanto da essere sospettata di averne sottratta un bel po’ per sé.

E poi faceva troppe domande. Chiedeva di Luigi Calzolari, suo fidanzato, fatto fuori nel 1985. Sospettava che il mandante dell’uccisione fosse Giannelli. Per questo, lo disse, il boss, a sua moglie, in un colloquio in carcere: Paola andava eliminata. E per lei, Anna De Matteis (sorella di Luigi), “Anna morte”, fu gioco semplice affidare l’esecuzione a Mercuri: odiava quella donna, che le aveva quasi rubato il marito; la odiava così tanto da farci a botte, un giorno, al mercato. È per quest’intreccio perverso che ad Angelica è stata rubata la vita. Luigi De Matteis e Biagio Toma fecero sparire i due corpi: “Abbiamo preso la Rizzello, che era bruciata e quando l’abbiamo presa si è spezzata in due e l’abbiamo buttata nella cisterna. […] C’era la bambina… siccome lì vicino c’erano dei sacchetti di plastica dei contadini, di concime, si è preso un sacchetto, si è messa la bambina e l’abbiamo portata dove è stata ritrovata”.

Il cadavere irriconoscibile di mamma Paola è stato rinvenuto il 19 febbraio 1997, durante uno scavo in contrada Tuli, a Parabita. Due anni dopo, il 4 maggio 1999, è stata la volta di Angelica, un corpicino nascosto dentro quel sacco, sulla collina di Sant’Eleuterio. Tutti, tranne Toma, sono già stati condannati all’ergastolo. “Nella storia criminale nazionale – ha scritto ora il gip – non si ricordano condotte comparabili con quelle tanto sprezzanti del dolore innocente di una bambina di due anni, rimasta ferita in maniera non grave al piedino, lasciata disperata, nottetempo al buio in campagna, accanto al cadavere della madre ammazzata (un teste aveva ricordato di aver udito nel buio un cagnolino che ululava!) e quindi uccisa, senza nemmeno la pietà che si usa verso gli ovini”.