“Il rudere non viene isolato, ma interagisce con le strutture moderne e diventa un arricchimento reciproco. Questo progetto ha dimostrato che è possibile conciliare tutela dell’antico e trasformazione della città contemporanea”, affermava nel dicembre 2013, Mirella Serlorenzi, funzionario della Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma, commentando la musealizzazione delle strutture scoperte nel corso delle indagini sull’area del nuovo edificio sede dell’Enpam, a Piazza Vittorio. Un ambiente a pianta quadrangolare di circa 400 metri quadrati, di età imperiale, con pavimento marmoreo e rivestimenti parietali in sectilia, affacciato su un tracciato stradale, presumibilmente un diverticolo della via Labicana, oltre a cortili terrazzati e una scala rivestita in lastre di marmo, in pregevole stato di conservazione, che le collegava.

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Strutture con diverse fasi d’uso successive che ne sancirono trasformazioni planimetriche e funzionali. “Il ritrovamento riguarda una tra le ville più grandi dell’antichità romana, una specie di Villa d’Este”, ha ricordato la Soprintendente Maria Rosaria Barbera. Un settore degli Horti Lamiani realizzati in epoca augustea dalla gens Aelia Lamia. Forse entrati a far parte del demanio imperiale, analogamente a tutte le altre grandi proprietà private dell’area, durante l’impero di Caligola, tra il 37 e il 41 d. C.

musei capitolini sale_degli_horti_lamiani_largeUn complesso già noto per i rinvenimenti di opere d’arte scoperte a partire dal XVI secolo e disperse in vari musei a partire dai Musei Capitolini. Una parte estremamente significativa della Forma urbis della città antica scoperta e restituita. “Un’inaugurazione importante che sottolinea quanto Roma debba essere orgogliosa e attenta al suo patrimonio da valorizzare e quanto si possa fare in architettura contemporanea preservando l’archeologia. Enpam è una risorsa anche economica importante e sono orgoglioso che sia stata realizzata questa sede con attenzione al patrimonio che solo la nostra città possiede”, diceva il Sindaco Marino intervenendo alla cerimonia d’apertura. Era il 19 dicembre 2013. I resti archeologici, conservati quasi integralmente, visibili sotto pavimenti di cristallo all’interno della sala convegni dell’ente. Soprattutto, ma non solo. Anche ricostruzioni virtuali in 3d, animazioni video, effetti sonori, pannelli didascalici e vetrine espositive, “in modo che il visitatore possa immaginare come era questa parte di città nel periodo romano”, aggiungeva con orgoglio la Serlorenzi.

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L’esito auspicabile di un progetto architettonico travagliato. Avviato addirittura negli anni Novanta con la presentazione al Comune di Roma di un progetto edilizio che prevedeva l’abbattimento, la ricostruzione integrale di un immobile in elevato e la realizzazione di sei piani interrati, dopo l’abbattimento di quello ottocentesco. Progetto del 2001 oggetto di una concessione edilizia del Dipartimento IX, prima ad iniziativa privata e poi assunta dal Comune come opera pubblica e quindi soggetta a Conferenza dei Servizi. I carotaggi, nel 2002 e, soprattutto, le indagini estensive tra il 2006 e il 2009, hanno permesso le importanti scoperte sulle quali nel dicembre 2009 le deputate Pd Ghizzoni, De Biasi e Coscia hanno presentato un’interrogazione al Ministro dei Beni culturali. Anche nell’intento di verificare i motivi della diffida, da parte della proprietà, all’intero staff di archeologi a proseguire lo scavo, oltre che quelli dell’interruzione delle attività. Le controversie con la Soprintendenza archeologica superate, così da permettere la ripresa e quindi la conclusione delle indagini.

A quel punto sono iniziati l’analisi e lo studio dei resti e quello delle quasi 8mila cassette  di materiali di ogni tipo individuati e selezionati nei circa 12mila metri cubi di terreno pazientemente scavati. Poi finalmente, la sospirata apertura. Così si è detto. Peccato che a più di un anno dalla reclamizzata inaugurazione i resti archeologici rimangano off limits. Inaccessibili. Interdetti alla visita. Peccato.

 

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