Da quando seguo i lavori dell’Icc (Corte penale internazionale) tutto avrei potuto immaginare tranne che un giorno, la sua giurisdizione, sarebbe diventata motivo di seria preoccupazione per paesi come Israele e gli Usa. Non per scarsa considerazione nei confronti della Corte penale internazionale ma non si può negare che questa volta, nonostante le procedure farraginose, il protagonismo mediatico di alcuni suoi protagonisti del passato e la graticola dell’assemblea degli Stati Parte (ovvero il “consiglio d’amministrazione” della Corte, composto dagli stati che ne finanziano l’attività), l’Icc abbia depositato in Cancelleria lo strumento di ratifica che potrebbe segnare una svolta radicale per la sua reputazione internazionale.

Questa volta l’Aja, ha un’opportunità unica tra le mani: può giudicare, libera da veti e da obsoleti cavilli regolamentari, l’operazione “Protective Edge“, una delle più violente ed ingiustificate campagne militari dell’ultimo decennio, senza rischi di ritorsioni perché né Israele né gli Usa sono parte dell’Icc e senza il rischio di trappole procedurali come il veto in Consiglio di sicurezza (paletta rossa che gli Usa, dal 1975, hanno alzato contro la Palestina ben 40 volte). Debole è anche la capacità di di persuasione  del tandem Washington-Telaviv perché si schianta contro i mal di pancia di mezza Europa, dell’Africa e del Sudamerica, azionisti di maggioranza della Corte che non hanno apprezzato troppo l’attivismo che ha portato allo stop della risoluzione presentata dalla Palestina. In questo frangente, la diplomazia francese è stata molto chiara con il governo israeliano che aveva chiesto, stizzito, una spiegazione a proposito del si di Parigi al voto in Consiglio di sicurezza: “Abbiamo sostenuto la risoluzione proprio per scongiurare l’adesione della Palestina all’Icc”.

A differenza del Consiglio di Sicurezza, infatti, gli equilibri all’Aja sono fortemente eurocentrici e nonostante il Regno Unito non faccia salti di gioia all’idea che venga aperto un procedimento tanto delicato, rimane il fatto che quasi il 60% dei fondi dell’Icc arrivano dall’Europa. Israele ed Usa, praticamente, stanno legittimando l’autorità della corte più di quanto non siano riusciti a fare i pochi procedimenti conclusi fino ad oggi dai giudici dell’Aja; le grida sdegnate dei primi, rivolte al sacrilegio compiuto da Abbas nel ratificare lo Statuto di Roma, risultano ancora più stonate perché provengono da Paesi che rifiutano di fatto e di diritto la giurisdizione dell’Icc. Se da un lato gli Usa hanno accettato l’esistenza della Corte firmandone il Trattato (ma senza dargli esecuzione), Israele si tiene invece a distanza dall’Icc: come ricorda Robert Fisk sull’Independent, “per il timore di un giudizio sull’esecuzione della scorsa estate più di 2000 palestinesi tra i quali centinaia di bambini, e forse” prosegue” perché a qualcuno potrebbero tornare per esempio alla memoria i 1417 morti a Gaza nel biennio 2008/09 ”. D’altronde, poi, lo sdegno americano espresso attraverso il piatto linguaggio diplomatico di circostanza che considera l’iniziativa sovrana dello Stato di Palestina come “una mossa che rischia di danneggiare l’atmosfera tra le parti”, oppure “iniziativa che pone dubbi sulla reale volontà (palestinese) di raggiungere un accordo di pace”, non potrà contare questa volta su alcun leguleio e soprattutto Israele, non potrà affidarsi a nessun nume tutelare.

Per ora a Bibi Netanyahu, non resta che rispondere alla 123esima richiesta di adesione allo Statuto di Roma, attuando ritorsioni: la prima è stata il blocco del trasferimento delle tasse raccolte per le autorità palestinesi, impegno previsto dagli accordi di Oslo che addirittura il Presidente di Israele Reuven Rivlin ha bocciato come una mossa che “danneggia gli interessi del Paese”. La seconda è un monito alla Corte: nessun soldato dell’Idf andrà alla sbarra all’Aja. Anzi: l’Autorità Palestinese dovrebbe finire alla sbarra per crimini contro l’umanità insieme ai terroristi di Hamas con cui hanno stretto un patto, ha detto. Probabile abbia ragione, ma Abbas è perfettamente a conoscenza del fatto che tanto i vertici dell’ex Autorità quanto quelli di Hamas possono rischiare un’incriminazione. E probabilmente tanto lui quanto Mashal, sanno bene che un eventuale mandato di cattura internazionale per uomini dell’Idf o dello stesso Netanyahu, per la carneficina della scorsa estate è di tanto improbabile esecuzione quanto sarebbe di ampio impatto politico. Anzi, senza correre troppo, la stessa ammissibilità del caso, sarebbe un terremoto con conseguenze impossibili da prevedere.

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