“Se qualcuno immagina che in questo provvedimento ci sia non si sa quale scambio, non c’è problema: noi ci fermiamo, questa norma la rimanderemo in Parlamento soltanto dopo l’elezione del Quirinale, dopo che Berlusconi avrà completato il suo periodo a Cesano Boscone e dimostreremo che non c’è nessun inciucio strano”. Con l’incendio che divampava, Matteo Renzi ha provato a gettare acqua sul fuoco: il premier ha annunciato al Tg5 di aver bloccato l’invio alla commissione Finanze della Camera del testo del decreto legislativo sull’abuso del diritto varato dal Consiglio dei ministri che potrebbe consentire a Silvio Berlusconi di chiedere un’incidente di esecuzione per la revisione della condanna a quattro anni per frode fiscale nel processo Mediaset. Ma se il testo tornasse in parlamento e venisse approvato così com’è, anche a pena ormai scontata l’ex Cavaliere potrebbe ottenere ugualmente indietro la sua agibilità politica. Proprio grazie a quella legge. Perché a Berlusconi non importa tanto disinnescare l’affidamento ai servizi sociali ormai quasi interamente scontato, ma l’incandidabilità arrivata dopo la condanna in virtù della legge Severino.

Le speranze dell’ex premier si fondano sul principio del “favor rei” garantito dall’articolo 2 del Codice Penale, secondo il quale “nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce reato; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali“. Ora, in base al contestato articolo 19 bis inserito nel decreto di attuazione della delega fiscale, i reati fiscali di evasione e frode sono depenalizzati se l’Iva o l’imposta sul reddito evasa non supera “il 3% rispettivamente dell’imposta sul valore aggiunto o dell’imponibile dichiarato”. E l’evasione fiscale per la quale Berlusconi venne condannato il 1° agosto 2013 a quattro anni risulta molto al di sotto della soglia del 3% di non punibilità. Così, in virtù del combinato disposto di di decreto fiscale e codice penale, l’ex Cavaliere potrebbe chiedere la revoca della sentenza di condanna e di conseguenza chiedere anche la caduta degli effetti della legge Severino che a quella condanna sono legati: oltre alla decadenza da senatore sancita dall’aula il 27 novembre 2013, i sei anni di ineleggibilità. Una volta che il decreto diventerà legge, quindi, l’ex Cav potrebbe far ricorso alla Corte d’Appello di Milano e, se ottiene la revoca della sentenza, potrebbe chiedere la caduta degli effetti della Severino. Come? Precedenti specifici non ne esistono. Il leader di Forza Italia potrebbe magari rivolgersi al Tar (come per esempio ha fatto, con successo, il sindaco di Napoli De Magistris) oppure investendo la Giunta per le immunità e le elezioni del Senato, lo stesso organo che ha discusso e deciso la decadenza e l’incandidabilità. E la partita diventerebbe in gran parte politica.

Ma può la modifica di una legge portare alla cancellazione di una condanna definitiva la cui pena è stata già scontata? Berlusconi può contare su alcuni illustri precedenti. Il 4 dicembre 2003, la Corte d’ Appello di Torino ha revocato la condanna a 11 mesi inflitta in Cassazione a Cesare Romiti per falso in bilancio perché il fatto non era più previsto dalla legge come reato. Cos’era accaduto? La condanna era già passata in giudicato, ma il difensore dell’ex presidente della Fiat e di Rcs, Gilberto Lozzi, sulla base della nuova legge sul falso in bilancio (varata dal governo Berlusconi) aveva presentato istanza perché la sentenza fosse revocata: ”Il codice prevede – spiegava quel giorno il legale – che se un fatto diventa lecito la legge applichi la nuova norma anche alle sentenze già emesse. Il falso in bilancio attribuito a Romiti era pari allo 0,08% del patrimonio della Fiat e allo 0,7% dell’ utile. La nuova legge ritiene reato il falso in bilancio solo se esso supera l’ 1% del patrimonio netto o il 5% dell’ utile. Il caso in questione era molto lontano dalla soglia di punibilità”. “A sostegno della mia tesi – aggiungeva il legale – ho portato  una sentenza della Cassazione a sezioni unite del 26 marzo del 2003, secondo cui se il falso in bilancio non supera la soglia prevista dalla legge il giudice che ha emesso la condanna ha il dovere di annullarla e assolvere l’imputato”. E i giudici, gli stessi che avevano emesso la condanna, davano ragione a Romiti, pronunciandosi per la revoca della pena. Per una questione di soglie cambiate, proprio come prevede il decreto contestato, questa volta sul fronte dell’evasione fiscale.

Non è finita. “Il fatto non è più previsto dalla legge come reato”: con questa formula il 6 novembre 2003 il giudice Guido Bufardeci revocava il patteggiamento concordato dagli ex vertici dell’Olivetti nell’ottobre del 1999 in un’inchiesta sui conti della società di Ivrea. Il procedimento riguardava l’ex presidente della Olivetti, Carlo De Benedetti, l’ amministratore delegato di allora, Corrado Passera, e gli allora direttori amministrativi Franco Salvatore Mai e Roberto Airaudo, che avevano patteggiato davanti al giudice Emanuela Gai tre mesi di reclusione e 15 milioni di multa ciascuno, convertiti in una pena pecuniaria pari a 51 milioni e 750 mila lire, per i reati di falso in bilancio qualitativo. I legali degli ex dirigenti erano riusciti a ottenere in sede di esecuzione la cancellazione del patteggiamento appellandosi alle conseguenze della recente riforma dei reati societari.

Continua, intanto, la caccia alla “manina” che ha scritto l’articolo 19 bis e l’ha inserito nel decreto. Ma è davvero così coomplicata? Se il premier Renzi volesse, potrebbe trovare il responsabile con un semplice colpo di telefono ad Antonella Manzione, sua fedelissima, ex capo dei vigili urbani di Firenze e oggi alla guida del Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio, cui compete il coordinamento legislativo dei testi di legge di iniziativa governativa. Perché il Ministero dell’Economia ha messo in chiaro fin dal primo giorno che il testo licenziato dai suoi uffici per essere trasmesso a Palazzo Chigi non conteneva la norma. “Non solo non conteneva quell’articolo – conferma a IlFattoQuotidiano.it Luigi Casero, viceministro all’Economia indicato da alcuni organi di stampa come autore del 19 bis- ma non conteneva tutta una serie di norme aggiunte in un secondo momento, come quella che stabilisce che chi emette o utilizza fatture false non può essere perseguito se il valore della truffa è inferiore a mille euro“. Secondo Casero, una volta uscito dal Mef e approdata a Palazzo Chigi, “di consiglio in consiglio il testo è stato ampliato ed è stato reso più appetibile”. Della paternità del salva-Berlusconi il sottosegretario non vuole sentir parlare: “Quel testo non porta la mia firma, non so da dove abbiano sentito queste fesserie. E’ gossip puro”. I riflettori tornano su Palazzo Chigi.