Oggi la Norman Atlantic, ieri l’Heleanna a volte le tragedie del mare si ripetono ciclicamente nel nostro Adriatico. Ecco il racconto di quello che avvenne 40 anni fa. Un’altra spettacolare operazione di salvataggio.

Naufragio_HeleannaSono le 18.00 del 27 agosto 1971, il molo greco di Patrasso è preso d’assalto, in coda per imbarcarsi sono in migliaia. E’ il grande rientro di fine estate. Chi non ha il biglietto è in coda agli sportelli dell’agenzia marittima della Efhymiadis lines, la nave è grande, occupa l’intera banchina, dice lo slogan pubblicitario della compagnia è «il traghetto più grande del mondo» e sta per partire. «Come non c’è posto?», grida qualcuno spazientito, nella fila scoppia un tumulto, e giù bestemmie anche in francese, inglese, tedesco, ma all’agenzia sono ferrei. Chiudono la saracinesca. Ne hanno caricati sin troppi, ben oltre la capacità della nave che potrebbe portarne al massimo 620, e, invece ce ne sono 1174 più duecento autovetture. Dall’alto sul ponte qualcuno sbraita, è un ometto con un grugno da scimmia, i capelli arruffati e l’aria di chi si è appena svegliato. Porta una camicia lisa e pantaloni larghi, chi può immaginare sia proprio il comandante dell’Heleanna.
Così si chiama la nave, il nome lo si legge a caratteri cubitali a prua e sulla scaletta di imbarco, ma nella frenesia del ritorno, nessuno ci fa caso. Del resto la nave si presenta bene, è bianca, pittata di fresco, solo un esperto di costruzioni navali potrebbe intuire che in realtà si tratta di una petroliera a cui hanno fatto il lifting. Una specie di ibrido, troppo grande per essere un traghetto e troppo piccola per continuare a portare petrolio, stazza 11.700 tonnellate, ma la compagnia se la vende per una 24.000 tonnellate.

E’ già tardi, la nave parte, l’ultimo bagno ha messo un po’ di stanchezza e così tutti si sistemano per la notte, vanno a dormire, c’è chi si ferma al bar, si parla di calcio, dell’Italia che quest’anno ha fatto schifo, dell’ultimo concerto di Bob Dylan, un ragazzino legge l’ultimo numero di Topolino n.821, in copertina Nonna Papera salva un topo che sta per affogare mentre il juke box continua a suonare. Il più gettonato dalle teen agers è Rosalino Cellammare in arte Ron, ma prima in classifica è Iva Zanicchi, con il suo “La riva bianca, la riva nera”. Le prime parole sono “Signor Capitano si fermi qui…”, ma più che fermarsi Demetrios Antiphas al comando dell’Heleanna dorme. Riposa in cabina con la moglie sino alle cinque del mattino quando un marinaio lo sveglia, è scoppiata una bombola di gas nella sala cucine.

L’equipaggio del traghetto cerca di domare l’incendio senza chiedere aiuto per ben due ore. Ma le fiamme prendono il sopravvento, hanno invaso la poppa divenuta incandescente. Solo allora Antiphas alle 6.45 decide di diramare l’SOS. Il segnale è subito raccolto dal Comando Marina a Taranto che lo dirama alle Capitanerie di Brindisi e Bari, all’Aeronautica militare e al comando legione della Guardia di Finanza. Convergono sul luogo del sinistro undici navi e sette elicotteri, più alcuni mercantili che navigano nella zona. L’Heleanna è a quindici miglia al traverso di Monopoli e brucia come una torcia.

Anthipas ha dato l’ordine ai passeggeri di convergere sul ponte pronti per essere evacuati, ma già dalle prime battute, la situazione gli sfugge di mano, le scialuppe sono insufficienti per il numero di persone imbarcate, delle dodici disponibili, ben cinque hanno gli argani incagliati e sono, quindi, inservibili. Mancano i giubbotti salvagente, la gente se li strappa di mano, pianti, urla, pochi attimi e la disperazione degenera in panico. Sulla nave manca il coordinamento, secondo alcuni testimoni il comandante sarà tra i primi ad abbandonarla. Il mare è agitato, fa paura, ma pur di non morire bruciati i passeggeri si lanciano in acqua. Una scialuppa stracarica di gente si capovolge e poi si spacca in due urtando sulla fiancata della nave. Una testimone ricorda una marea umana muoversi sul ponte come impazzita, la disperazione di alcune madri con le braccia alzate, sollevano i piccoli per allontanarli dal fuoco.

Il primo ad accorrere è un peschereccio di Monopoli ritornerà al porto con a bordo i cadaveri di due donne, cinque feriti ed altri venti naufraghi in buone condizioni. Ma in mezzo al mare in burrasca ce ne sono ancora tanti. Troppi. Non se ne conosce neppure il numero con esattezza. Dall’alto gli elicotteri guidano le navi verso quelli che si sono allontanati spinti dalla corrente e dalle onde. Tra le prime navi ad arrivare in porto a Bari è la petroliera russa “Svoboda” con a bordo 88 naufraghi tra cui il comandante Anthipas, poi la nave inglese “Universed Defender” con 400 persone, il “Bordighera” ne ha 194 naufraghi, il “Maura” 8, il “Lornica” 188, il rimorchiatore “Strepitoso” 22, il “Gabriele” della Guardia di Finanza in più viaggi ne salverà 220 e riporterà a terra anche due salme. Ma quanti ne rimangono da salvare? La compagnia greca non è ancora riuscita neppure a fornire la lista dei passeggeri e il numero esatto. A terra abbracci, commozione, pianti, le luci e le sirene delle ambulanze della Croce Rossa, gli alberghi vengono requisiti, gli ospedali iniziano ad accogliere i feriti, il Policlinico di Bari, il Di Venere si riempiono ben presto. La solidarietà è tanta, la gente di Puglia si stringe nel soccorso alle vittime del naufragio, le storie sono tante, liete e tristi. Ma dov’è Anthipas? Una foto lo ritrae su una motovedetta militare, sembra ancora in pigiama, viene subito interrogato, ma il giorno dopo sarà arrestato al porto di Brindisi mentre cerca di scappare in Grecia su un traghetto.

Al largo di Monopoli le ricerche continuano anche il giorno seguente, ma ci si mette anche il mare che è arrivato a forza sette, trovare qualcuno sembra sempre più difficile. Alla fine il bilancio sarà di 25 morti, 16 dispersi e 271 feriti alcuni in modo grave. La cerimonia funebre è collettiva, le bare sono vicine le une alle altre disposte su due file, coperte di crisantemi bianchi. Anche la nave dopo l’incendio è poco più che un sepolcro galleggiante, sembra un unico ammasso di ruggine, le lamiere sono sciolte, deformate come un quadro di Dalì, le auto sul ponte di coperta devastate come le avesse calpestate un gigante. Al salvataggio della nave di pensano i rimorchiatori Barretta che per il loro operato hanno ricevuto diverse onorificenze, ma in Puglia i riconoscimenti sono tanti…a Monopoli in provincia di Bari lapide sul porto ricorda quei momenti.