Le figure affrescate dalla compagnia Gli Omini, nell’insieme di scene assemblate ne “La Famiglia Campione”, hanno il sapore della miseria e della ferocia, dell’impotenza e della rassegnazione. Da molto tempo aspettavamo questa sorta di sunto delle loro molteplici “Tappa” su e giù per l’Italia a intervistare gli abitanti di piccoli comuni e riportare le loro storie sul palco, descrivere e raccontare i borghi, i paesi e le frazioni attraverso le voci, con piglio antropologico e giornalistico, sociologico e storico-analitico, della popolazione locale.

OminiE’ un frullato del peggio ascoltato e visto, rielaborato e centrifugato. Il gruppo pistoiese, nel suo amplomb serafico, con la sua classica distanza dalle cose e neutralità disarmante, ci porta sul piatto un quadro della famiglia italiana cattocomunista distrutto, sfasciato, minato fin nelle basi. Cade in frantumi la vecchia idea del padre-madre-nonni-figli. Soprattutto quando questi abitano sotto lo stesso tetto, come nel caso della Famiglia Campione.
Campione proprio perché, sarcasticamente, non può essere presa ad esempio come migliore nel suo genere, campione perché in statistica il termine indica “un sottoinsieme di una definita popolazione individuato in essa in modo da consentire, con margini di errori contenuti, la stima di determinati valori dell’intera popolazione”. Ecco che i Campione sono la moderna (anche se il gusto è vintage e retrò, di polvere senza stelle all’odore di minestrone) “Casa Gori” descritta con puntiglio e perfidia da Alessandro Benvenuti ed Ugo Chiti.

Un’unione forzata (causa principalmente il vil denaro) sotto le stesse quattro mura di più generazioni con ambizioni e fallimenti, prospettive (poche per tutti) e idee sul mondo completamente differenti. C’è un sapore di grettezza (intellettiva e culturale prima che monetaria) nell’aria, nei gesti, in queste battute che si lanciano addosso come coltelli per ferirsi o per difendersi, per proteggere il loro spazio vitale, l’ossigeno conquistato. C’è patologia e paradosso, malattia e depressione (ma si ride di gusto, di testa, di pancia e con ogni altro organo interno): attorno all’unico personaggio che non proferisce parola, la figlia minore (sorta di Godot, Giulia Zacchini che collabora anche alla drammaturgia) che ha deciso da settimane di chiudersi in bagno e rifiutare il contatto con i membri parentali, gli altri coinquilini consanguinei si fermano, discutono, si azzannano ferocemente, si mordono, si bestemmiano addosso come farebbe soltanto il Cioni Mario di “Berlinguer ti voglio bene”, si scannano, si accusano, si insultano con crudeltà.

Due panchine a vista ai lati della porta (ci hanno ricordato quella dell’“Amleto a pranzo e a cena” di Oscar De Summa) dove avvengono, di schiena, i cambi a vista di abbigliamento, postura, dei tic per entrare in azione come un nuovo personaggio. Sono tre gli Omini (superbo Francesco Rotelli soprattutto nelle vesti dell’ex marito con i suoi “gileini”, eversivo Luca Zacchini, con trasporto Francesca Sarteanesi) ma qui si moltiplicano come Gremlins e diventano una sporca dozzina. Si vomitano le crisi e le frustrazioni, quella voglia, e insieme paura, di andare, quel restare senza amore, quell’odio per la stessa faccia che vedono nello specchio ogni mattina, per quella mancanza di sogni e panorami.

Hanno sempre galleggiato con astio e rancore verso quei legami-zavorra, con quella lentezza che fa sembrare tutti i giorni uguali, quelle giornate che scippano la gioia degli occhi e trafugano la voglia di cambiamento. Lo spleen li attanaglia per le caviglie e li trascina nella melma delle sabbie mobili impossibilitati a lasciarsi andare, incapaci di volersi bene. Parlano di medicine da prendere con l’enfasi delle sale d’aspetto, sono indecisi e irrisolti, falliti in questa continua guerriglia costellata di piccole scaramucce, attacchi al veleno, cattive abitudini stantie; sono senza più ritegno, con i desideri sepolti nel cassetto di una normalità ormai avariata. Sono sgrammaticati come solo può esserlo la grettezza senza salvezza, parlano di cibo, per riempire la pancia rimanendo insoddisfatti perché non riescono a vedere un futuro diverso da quello che stanno vivendo.

Ecco non vivono ma trascorrono, non prendono ma perdono, vivacchiano, temporeggiano dentro la bolla di vetro (come pesci nell’acquario) di quella casa-recinto che sarà la loro tomba, seppellendosi quando erano ancora in vita. Anaffettivi bergmaniani, sembra non provino sentimenti, che questi si siano azzerati nel tempo di questa convivenza che li ha ridotti a un ammasso di chiacchiere su dentiere e flebo, arteriosclerosi e detti popolari e rosari: in poche parole lo schifo della vita. “Voglio andar via” cantava Claudio Baglioni, prima di tirarsi gli zigomi. “Mare mare mare voglio annegare, portami lontano a naufragare, via via via da queste sponde, portami lontano sulle onde”, rispondeva Franco Battiato quando ancora si faceva la barba con il rasoio elettrico.

Altre date: 6 febbraio Inauditorium, Orbetello (Grosseto), 14 febbraio al Teatro Alice Zeppilli di Pieve di Cento (Bologna), 14 marzo al Teatro di Bucine (Arezzo), 20 marzo al Teatro delle Arti di Lastra a Signa (Firenze).