“Non vado a nessuna presentazione di libri. Neanche del mio. Non invito nessuno a comprarmi. E se proprio insistono, gli rispondo ‘vi avevo avvertito’”. Vittorio Feltri, docet. Impariamo da lui, anche se il suo ‘Il Quarto Reich‘ (scritto a quattro mani con Gennaro Sangiuliano, vicedirettore del Tg1), un saggio su come la Germania ha sottomesso l’Europa, è fresco di stampa. Sono nella sede storica de Il Giornale a fare visita al vicedirettore Salvatore Tramontano, l’occhio blu più catturante del giornalismo nostrano, amico verace dai tempi del primo scudetto vinto dal Napoli (fate voi i conti, la matematica non è mai stata il mio forte). Feltri, con un impeccabile abito sartoriale, entra nella stanza e consegna il suo editoriale, scritto con l’Olivetti Lettera 22. E’ l’ultimo giurassico della macchina da scrivere meccanica e difende la sua “antichità” di mezzi. L’aplomb gli cade a pennello come il tweed che indossa. Ma dove trova ancora i nastri? Un ex dipendente della Olivetti è il suo fornitore ufficiale, un quasi santo con l’aureola. Quando Feltri fu chiamato a dirigere il nascente “Indipendente”, lo fece diventare il miracolo dell’editoria, cavalcando la tigre di Mani pulite, mi assunse come praticante. Mi chiedo ancora se abbia fatto bene. “Mi raccomando. Soprattutto non leggetelo. E’ l’anti strenna natalizia. E se mi chiedono di firmare una copia, simulo una mano tremula da Alzeheimer galoppante”, rincara la dose Feltri che nel ‘Quarto Reich’ affetta l’Italia con lama affilata come farebbe con il panettone.

E’ Natale, consentitemi una marchetta. Di miracolo dell’editoria si parla per il Fatto Quotidiano (cartaceo, ma soprattutto sito). E ce lo siamo detti l’altra sera, alla festa di Babbo Natale, in redazione tra computer, giornali e pile di sentenze, con musica a palla e vino a fiumi. Simona, il caschetto più carino della redazione, alla presa con i numeri, quelli degli imbucati. Mentre il gagliardo Peter Gomez, il capo dell’ambaradan, gongola con altri numeri, quelli dei click, in costante crescita. Qualcuno ha lasciato la redazione alle cinque del mattino. Anzi no, si è fatto trovare già alla scrivania, con la faccia pesta.

Con il Natale in guazzetto, corri qui, corri là. Passo per vicolo del Piombo (ventre bohémien della capitale), dove si trova l’atelier in una stanza gialla della poliedrica artista Coralla Maiuri. Il leit motiv della mostra forse uno scarabocchio-filastrocca è la mucca scenografica: versione un po’ Bollywood, un po’ hippy, cioè truccata, rivestita e scintillante (effetto della doratura con foglia d’oro). E passa il geniaccio di Emilio Prini che, da testimonial concettuale dell’arte povera, riempie gli spazi “sottraendo”, cioè svuotandoli e dunque, in sintonia di pensiero, prima appende una sua poesia, poi non la convince e, ma cosa fa? La strappa. Gli ospiti ci rimangano maluccio, ma lui è fatto così, imprevedibile. Meno male che c’è Nandi, la mucca sacra idolatrata come divinità, reinventata da Luigi Ontani, artista dandy e narciso ma specialmente molto legato all’India e alla sua iconografia. Il ricavato delle vendite va all’orfanatrofio “Mother and child” in Kerala.
Buone palle a tutti.

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