Fateskifen è un motto (nell’odierna koinè si dicono hashtag) ideato dal titolare del profilo twitter @piller&gumpel, che si ispira agli omonimi giornalisti tedeschi; ovvero, quelle due simpatiche macchiette, onnipresenti nelle trasmissioni televisive “di opinione”. Crediamo che il motivo di tale onnipresenza sia la loro consuetudine di scaraventare carriolante di sterco (metaforico) all’indirizzo del Paese che li ospita.

In genere si tratta di luoghi comuni quali “italiano pizza, mandolino, baffo nero”, che si concludono con un immancabile “fateskifen”, magari non esplicito, ma, sicuramente, sottinteso. In genere, i conduttori, gli altri ospiti e il pubblico, si beano di questa doccia coprolalica, quasi credessero che le abluzioni alla fonte di tanto disprezzo, abbiano proprietà taumaturgiche, in grado di affrancarli dai vizi latini (perché l’Italia è tana di ogni vizio) e contaminarli un poco con le virtù teutoniche (perché la Germania è l’empireo di ogni perfezione)

Tra i tanti vizi, appunto che affligono gli abitanti dello stivale, crediamo, appunto, che questo “auto-razzismo” sia uno dei più diffusi e deleteri.

Uno degli esempi più recente di tale attitudine, si può riscontrare nelle reazioni alla  pubblicazione del rapporto 2014 sulla “corruzione percepita” (sic) da parte di Transparency International. Il rapporto indica l’Italia come “il Paese più corrotto d’Europa” (il 69 al mondo). La maggior parte dei media nazionali si è resa protagonista di un’orgia di autoflagellazione, di un voluttuoso pascersi della propria abiezione in un amor intellectualis diaboli degno degli eroi del marchese De Sade.

Sì, facciamo davvero skifen, è pure attestato da uno studio scientifico, da parte di un’”autorevole istituzione” con sede in Germania (nazione che ça va sans dire è risultata, nello studio, piuttosto virtuosa, situandosi al 12° posto). Tutto come da copione, quindi: latini corrotti, nordici virtuosi, ce lo dice pure una ricerca internazionale. Naturalmente i media tutti riportano questi dati come se fossero inoppugnabili ed oggettivi.

Ma è davvero così? Proviamo a leggere sul sito web di T.I. la descrizione della metodologia adoperata per stilare lo studio: “Il CPI o Indice di Percezione della Corruzione è un indice che determina la percezione della corruzione nel settore pubblico e nella politica in numerosi Paesi nel mondo […] Si tratta di un indice composito, ottenuto sulla base di varie interviste/ricerche somministrate ad esperti del mondo degli affari e a prestigiose istituzioni”.

Be’, ciò che viene presentato, dalla vulgata mediatica, come dato incontrovertibile, non è altro che la percezione di tanti intervistati, la cui auctoritas è pari a quella di mio cuggino.

Cosa si direbbe di un medico che adottasse questa metodologia, ovvero che si basasse sulle percezioni di parenti e amici del paziente per stabilirne lo stato di salute, trascurando di svolgere indagini più accurate? Chi accetterebbe una cosa simile se riguardasse la propria o l’altrui salute?

Misurare la percezione è opera alquanto ardita (come scoprirono i medici nazisti quando, nei loro esperimenti sul congelamento, si trovarono come cavie alcuni prigionieri siberiani), visto che essa è dato soggettivo, inoltre ha il difetto (o il vantaggio) di essere condizionata da molteplici fattori.

Uno di questi è il “clima” dell’informazione che vige nel Paese. Ad esempio, in Italia ci si bea degli scandali con una masochistica furia autodenigratoria, mentre in Germania, si preferisce, in genere, nascondere,  più “patriotticamente” la polvere sotto il tappeto.

E poi, come nella famosa barzelletta che tratta dell’inferno tedesco e quello napoletano, anche le corruzioni non sono tutte uguali. Così capita di scoprire che la Germania non ha ratificato due trattati internazionali (l’United Nations Convention Against Corruption e la Criminal Law Convention on Corruption), che sono stati firmati da più di 160 nazioni e dall’Unione Europa (il famoso europeismo con le altrui terga), poiché la legislazione vigente nel paese è considerata piuttosto indulgente, per gli standard internazionali. specialmente  per ciò che riguarda la corruzione della classe politica [1].

La corruzione ha avuto un ruolo piuttosto importante nell’“ammorbidire” la posizione dei sindacati tedeschi nei confronti delle riforme del mercato del lavoro, le famose “riforme Hartz, e qui non si tratta di corruzione percepita, ma di corruzione accertata e sanzionata.

Un altro grande differenza tra il nostro paese e la Germania, è dato dalla vocazione mercantilistica di quest’ultima: essa è una grande esportatrice di merci, ma anche corruzione. Fino al 1999 la corruzione di funzionari stranieri, era non solo legale, ma persino deducibile dalle imposte [2].

Infatti, molte aziende tedesche spiccano nella classifica per la corruzione di funzionari stranieri. La Siemens, ad esempio, è stata una delle aziende al mondo più sanzionate per casi di corruzione (sanzionata, non “percepita”), peraltro in buona compagnia con altri campioni teutonici.

Con tutto questo, naturalmente, non intendiamo sostenere che certi studi non siano stato condotti seriamente, che non abbiano alcuna valenza tout court, o che l’Italia sia un Paese immacolato, dal punto di vista della corruzione (o, tantomeno, mettere in dubbio la serietà di T.I.) – saremmo folli da affermare ciò.

Semplicemente vorremmo pronunciare un caveat: è bene non prendere come verità rivelate certi dati che provengono da qualcosa di sfuggente come le percezioni (saremmo peraltro assai curiosi di capire chi possano essere i “percettori” intervistati in paesi come il Congo R.D. o la Somalia  che sono –ovviamente- collocati agli ultimi posti della classifica. Ma chi può andare a controllare?).

[1] Sebastian Wolf, Political Corruption as a Regulatory  Problem in Germany, German Law Journal [Vol.14 No.09, 2013 , pp1627- 1638]

[2] Abdelal, Rawi E., Rafael Di Tella, and Jonathan Schlefer. “Corruption in Germany.” Harvard Business School Case 709-006, July 2008. (Revised June 2012.)