In circostanze gravi e complicate come la guerra in Afghanistan noi italiani avremmo dovuto davvero esprimere una politica veramente nazionale. Mettersi intorno al nostro bel tricolore, facendo nostro quel motto “right or wrong, my country” che è sempre stato la grandezza degli anglosassoni. Purtroppo l’Italia non ha una tradizione di politica estera e il caso dell’Afghanistan insieme al Kosovo o ai recenti conflitti come nel caso della Libia, lo hanno ampiamente dimostrato. Alla fine anni fa decidemmo di seguire gli Usa in una guerra persa fin dall’inizio, un vero allineamento sulle tesi e sui desideri americani.

Afghanistan-militari

Giorni fa a Kabul la Nato ha ammainato la bandiera della missione Isaf: “Un momento storico”, l’ha definito il comandante americano John Campbell. Allo stesso tempo ad Herat, mentre calava il sipario sull’operazione più importante della Nato dalla sua nascita, non c’è stata nessuna cerimonia: “Non abbiamo fatto nulla. Per noi era una giornata come un’altra”, ammettono dal contingente di Camp Arena, il quartiere generale italiano in tutti questi anni. In Afghanistan nonostante una costituzione moderna, un esercito e una polizia formati, addestrati ed equipaggiati, la gran parte del Paese è oggi fuori controllo.

Sul piano operativo, la missione Isaf è stata caratterizzata da cinque fasi: analisi e preparazione, espansione ( suddivisa in 4 stage: Area Nord, Ovest, Sud ed Est), stabilizzazione, transizione (in atto), infine rischieramento. La fase di stabilizzazione è stata di certo quella più complessa e quella che ha causato anche il maggior numero di vittime. Le divisioni etniche e tribali e la minaccia dei talebani, infatti, sono tutto fuorché un problema risolto: mentre a Kabul Ghani e Abdullah si mettevano d’accordo, nel Sud del paese i talebani uccidevano persone in una nuova offensiva.

L’Italia ha pagato con 53 morti e 200 feriti il suo impegno. Resteranno soltanto 800 militari italiani ad Herat. Ma per avere un’idea di quale sforzo logistico ma soprattutto economico ha rappresentato finora il ritorno a casa dei mezzi dell’esercito italiano, basta considerare che sono occorse 16 navi commerciali; 684 voli di vettori commerciali Ilyushin 76, 1 volo del gigantesco vettore aereo C17; 1 volo di un Antonov 124; 9 voli dei nostri C-130 per trasportare armi, munizioni ed esplosivi.  I marines dovendo smantellare ben 800 basi, hanno semplicemente distrutto 300 mila tonnellate di materiali.

L’Afghanistan con la sua economia fondata sulla coltivazione dell’oppio si avvia verso una proxy war (guerra per delega). Che ruolo avrà l’Italia? Non può infatti esistere un ventaglio di opzioni se non lo si costruisce pazientemente in tempo utile con una politica che faccia riferimento ad una visione strategica. Se avessimo voluto godere della disponibilità di soluzioni diverse avremmo quindi dovuto scegliere differentemente nel passato. Invece nel tempo il nostro ruolo nell’ambito della Alleanza atlantica, ci ha portato ad essere etichettati come i “bulgari della Nato”, con un chiaro riferimento alla condizione di completa dipendenza di Sofia dallo Stato egemone del Patto di Varsavia. Il problema dell’Afghanistan non è soltanto regionale ma ha dei risvolti a livello globale. Varie anime dei Taliban sono allineate alla nebulosa di Al Qaeda che nel frattempo accresce la sua influenza attraverso i vari think tank sparsi nelle capitali euro-americane.