L’autobus è stipato. Mi scapicollo , sgarrupata come sempre, per salire in tempo. I sacchetti in una mano, nell’altra una manina, che però fra poco è grande come la mia. La borsa che pende, mezza aperta. C’è miracolosamente un posto e lascio che si sieda mio figlio. Che ormai piccolo piccolo non è, ma io non me ne sono ancora accorta. Sale una signora, di una certa età: capelli azzurrini e occhi in tinta. Con un sorriso dolce e fermo si avvicina a quegli occhi curiosi che guardano fuori, a quelle gambette che penzolano ancora un po’ dal sedile. “Fai sedere la mamma, tesoro”.

Ho un moto di stupore, di stizza. Di cosa si impiccia la vecchietta? Quale mamma non preferisce restare in bilico piuttosto che essere seduta, con il proprio bambino in piedi? La disciplina delle mamme la si impara quasi per forza. Prima vengono loro, i figli. Perfino il corpo sa che è meglio sacrificare un dente della mamma, che negare il calcio sufficiente alle ossa della nuova creatura.

È la scuola del dare. Quella che cambia, credo, tutte le donne anche le più lagnose e viziate. Forse non per sempre, ma certamente per il tempo in cui si occupano dei bambini. La signora rimane ferma. Alla fine mi siedo, poggio i “bagagli” e tengo per mano quello che ho di più caro.

Abbozzo un sorriso, ma mi viene fuori un po’ acido. Respiro. E rifletto. Forse alla signora risuonavano in testa le parole di qualche catechista inflessibile: “Onora il padre e la madre”. Le avrà prese un po’ troppo sul serio? Forse avrà pensato che sia importante insegnare ai bambini ad accorgersi di ciò che viene dato loro, a notare quello che ricevono e a non darlo per scontato. Forse la signora in fondo pensa sia piú importante riflettere sul rispetto e la gratitudine, imparare a chiedersi come stanno gli altri.

Dubito che il rispetto del prossimo si apprenda cedendo il posto sul bus. È una scuola lunga, lenta, fatta di attenzione, di ascolto. Fatta di amore ricevuto che si impara ad apprezzare e a donare. Forse la signora turchina voleva dirmi che è importante che io insegni ai miei figli anche il rispetto per me, anche nelle piccole cose insignificanti. Perché se non lo faccio io, chi lo insegnerà loro? E se non impareranno a rispettare la loro madre, chi saranno in grado di rispettare, domani?

Il Fatto Quotidiano del Lunedì, 8 dicembre 2014