5.315 euro raccolti e 33 giorni rimanenti. Manca poco di più un mese per raggiungere il traguardo dei 18 mila euro che Riccardo Venturi si è prefisso per riuscire a realizzare il reportage “Haiti Aftermath”. Riccardo non certo è alle prime armi. Fotoreporter romano, ha pubblicato con prestigiose testate italiane e internazionali, collaborando spesso con organizzazioni umanitarie per documentare i cambiamenti sociali in Italia e all’estero. E si è precipitato ad Haiti, nel 2010, quando in Italia sono arrivate le prime notizie del terribile terremoto che aveva colpito l’isola.

“Mentre leggevo i giornali mi sono ritrovato a pensare alla prima volta in cui avevo conosciuto la crudeltà della terra che trema  il pensiero va all’Irpinia – Per la prima volta avevo assistito al dramma di una terra devastata due volte, prima dal sisma e poi dal silenzio di una ricostruzione a metà, che zoppica, che lucra, che se ne frega mentre il mondo sta già guardando da un’altra parte. Ho deciso di partire e il progetto Haiti Aftermath è nato così, su due piedi e senza un assignment, ma dall’intima convinzione che fare il fotoreporter oggi, in un’epoca in cui tutto sembra già visibile e a portata di mano, significa offrire un servizio di mediazione culturale, traducendo atmosfere, sensazioni e urgenze in immagini”.

Parte, scatta, documenta. “Sono arrivato a Port-au-Prince quattro giorni dopo il terremoto ed ho trovato un paese capovolto e in preda al caos. La città era completamente al buio, senza corrente elettrica, senz’acqua, senza più neanche le strade e, sbriciolata com’era, offriva il fianco inerme alle decine di saccheggiatori e delinquenti che hanno razziato e bruciato il poco rimasto. I corpi dei vivi erano mescolati a quelli dei morti, ovunque centinaia di cartelli improvvisati chiedevano aiuto, medicine e generi di primo soccorso. L’emergenza sanitaria era palese e il colera ha iniziato ad imperversare senza che si potesse fare nulla per arginarlo. Io ero lì, al centro dell’Inferno”. Con le sue immagini su Haiti Riccardo riceverà anche dei riconoscimenti (il World Press Photo 2011 first prize General News Picture, una menzione al Picture of the Year Award 2010 Honorable e il secondo posto al Luis Valtuena Award for Photography 2010).

Ma adesso che sono passati quasi cinque anni? “Dopo quel terribile gennaio – spiega Riccardo- sono tornato ad Haiti in diverse occasioni. Volevo capire come questo evento avesse afflitto la vita quotidiana delle persone”. Ed è per questo che, a cinque anni dal sisma, di cui si contano 170mila sfollati, 600mila haitiani che vivono in condizioni di insicurezza alimentare, e oltre 50mila nuove infezioni di colera ogni anno, Riccardo vuole ritornare ad Haiti e portare avanti il suo progetto. “Bisogna riaprire quel sipario chiuso troppo in fretta e mantenere viva l’attenzione sulla vicenda della popolazione haitiana, sulle sue condizioni di vita e sui suoi bisogni”. Ma è dura farlo adesso, trovare editori pronti a pagare. Per farlo allora si affida al crowdfunding e sceglie la piattaforma KissKissBankBank. Si tratta di una forma di finanziamento dal basso che per Riccardo sarebbe non solo una possibilità per finanziarsi ma anche un modo per “coinvolgere il maggior numero di persone possibili perché questo libro possa acquisire forza e diventare un progetto corale, espressione di una volontà comune”.

Per raggiungere il traguardo mancano ancora tanti fondi ma prima di lui tanti ci sono riusciti. Mi viene in mente Fausto Podavini che sulla stessa piattaforma raggiunse l’obiettivo e riuscì a finanziare Mirella, un lavoro di ricerca sull’Alzheimer esplorato nella vita quotidiana e di una coppia, dove amore, affetti e malattia si mescolano in un progetto toccante e profondo. Obiettivo raggiunto anche per i fotografi di Cesura che da pochissimo hanno festeggiato la pubblicazione di Russian Interiors, il progetto sociale del fotoreporter Andy Rocchelli, ucciso mentre faceva il suo lavoro nel maggio di quest’anno mentre un altro bel progetto andato a buon fine è quello di Elena Perlino e Cristiana Giordano che con A bitter place hanno raccontato lo sfruttamento delle donne nigeriane immigrate in Italia.

Ma questi sono solo alcuni dei tanti che ce l’hanno fatta con il crowdfunding. E solo l’inizio perché questa sembra essere una “pratica” che prenderà sempre più piede, che supporta i fotografi in porgetti ambiziosi e che per ora sembra anche lasciare spazio al reporter di decidere, assieme ai suoi finanziatori, come realizzare il progetto. E la formula è: “se ti piace e credi nel progetto doni, altrimenti no”. In cambio i ringraziamenti, una copia del libro ma soprattutto la libertà di essere un po’ tutti editori, di scegliere, di supportare o di credere idealmente in un progetto e di averne fatto parte, in un qualche modo.