cover-bertoncelliUna frase che è stata variamente attribuita a Steve Martin, Frank Zappa ed Elvis Costello, recita: “Scrivere di musica è come danzare sull’architettura” per dire che c’è un confine avvolto da fitte nebbie oltre il quale il linguaggio non può andare. Certo, i gusti sono soggettivi, e le critiche, che da questi dipendono direttamente, in molti casi possono risultare indigeste. Riccardo Bertoncelli, il decano dei critici rock del nostro Paese, che ha ottenuto una certa popolarità nel 1975, in seguito a una querelle con Francesco Guccini, scaturita da una sua stroncatura all’album Stanze di vita quotidiana (come è noto, all’epoca il cantautore modenese non la prese affatto bene, infatti reagì inserendo nel brano L’avvelenata, i versi: “Tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli e un prete, a sparare cazzate”) è uno che la sa lunga al riguardo.

Siamo afflitti da anni da questa battuta nichilista, che ha un po’ stufato – afferma Bertoncelli –. Sarebbe come dire che di arte non si può mai parlare, e figuriamoci. Certo la figura del critico è cambiata; gli hanno tolto il pulpito da sotto i piedi, anzi, lo sgabello da sotto il culo, e il pubblico ne ride, anche perché, perduta l’innocenza dell’ignoranza (pubblica), il critico la gente lo considera un clown. Comunque la musica può essere raccontata, altroché, contestualizzata, vivificata su carta ed etere, come tutte le umane cose. Però un esperto che insegni qualche approccio o tracci qualche percorso trovo che non faccia male”.

La modernità, con i suoi pregi e i suoi difetti, ha per forza di cose modificato gli assetti e anche il ruolo del critico musicale ne risente: “Io parlo del mio orticello, il rock, dove quando ho cominciato non esisteva tradizione. Esistevano volonterosi ragazzotti che come me nei Settanta raccontavano strillando e inveendo i loro amori. Mancavano le informazioni e l’esperienza, era tutto un amoroso corpo-a-corpo con l’arte preferita. Da quei giorni è cambiato tutto: dalla foresta vergine siamo passati alla megalopoli, dal Far West ai piani regolatori e al Luogo Comune. Un cambiamento notevole mi riporta alla domanda di prima: ai tempi il critico ascoltava molta musica che i lettori non conoscevano e quindi uno dei servizi offerti consisteva nel descrivere le canzoni, ritmo per ritmo, strumento per strumento. Usanza barbara, oggi diventata idiota: Spotify o chi per esso ha risolto il problema, e il recensore per darsi un senso deve salire di grado. Impresa ardua per molti”.

Dal giorno del “chiarimento” con Guccini, son trascorsi quasi 40 anni. Oggi Bertoncelli in campo musicale ha l’autorità di un vero e proprio storico del settore, che cerca di inquadrare i fatti, anche se qualche volta l’obiettività cede il posto alla passione un po’ smaniosa. È da questo presupposto che è partito per concepire quella che è forse la sua opera più ambiziosa, la collana Gli anni d’oro del rock (Giunti Editore) iniziata nel 2007 con il volume Sgt. Pepper – la vera storia, scritto in collaborazione con altri grandi esperti di Rock, Franco Zanetti e Federico Guglielmi. Un’opera che aiuta senz’altro a orientarsi in quella giungla che è la storia della musica rock.

Da qualche giorno è uscito il nuovo volume, il quarto della collana: 1967 Intorno al Sgt. Pepper, l’anno del primo grande raccolto di musica libera, innovativa, la turbolenta stagione di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band e del Magical Mystery Tour, del Festival di Monterey, del primo album di Jimi Hendrix, Doors, Pink Floyd, dell’esilio di Bob Dylan, e dei Rolling Stones in carcere, della morte di Otis Redding, dell’“estate dell’amore”. Oggi quel periodo sopravvive solo nelle pagine di un libro, ma il ricordo di quei tempi fatti di eccessi, di miti, in chi li ha vissuti in prima persona, come Bertoncelli, genera più felicità che nostalgia: “Felicità, non c’è dubbio. Mi vengono in mente tanti primi innamoramenti, la sincera eccitazione delle ripetute scoperte, il piacere sottile e anche doloroso di sapere che c’erano così tanti luoghi del pianeta musica da esplorare e di cui godere… Il ‘pieno’ di adesso, per chi ha vissuto quegli anni, è un particolare di non così grande ricchezza; e allora qui forse entra in gioco anche la nostalgia, brutto sentimento peraltro, da cui riguardarsi”.

Sentimenti a parte, però, è difficile potersi orientare in un ambito scivoloso come il Rock, dove molto spesso distinguere la realtà dall’invenzione è pressoché impossibile, dove si è fedeli al detto, “se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda”. “Con una documentazione seria e precisa – afferma Bertoncelli – scegliendo bene le fonti, contestualizzando. Rinunciando alle storie a effetto, per la gran parte false, e al tic del ‘senno di poi’. Io ho una fortuna: gli ultimi 50 anni di rock, tanta ciccia, li ho vissuti in diretta. Sbaglierò i giudizi ma non le proporzioni, e il prima-dopo. Molti ‘studiosi’ trentenni o quarantenni non hanno avuto la mia fortuna, soffrono di strabismo e, ahi loro, non si curano”. Riguardo la storia più affascinante legata a una delle rockstar che compaiono in questa collana, risponde: “Ce ne sono mille, davvero fatico a scegliere. Una delle storie che mi ha sempre incantato di più è quella di Bob Dylan che si getta a capofitto dalla terrazza del suo successo al pavé dell’anonimato e riemerge con faccia nuova, testa nuova, musica completamente diversa. Parlo dell’incidente in moto del luglio 1966 e dell’esilio dei mesi successivi; lo racconto nel libro che è appena uscito”.

E alla domanda se pensa sia possibile rivivere un’epoca d’oro come quella descritta nella collana, è abbastanza netto: “La foresta è stata disboscata, l’Amazzonia vergine non c’è più. Si farà ancora ottima musica, ma in una situazione diversa, senza più l’innocenza e le possibilità di nuovo di quei giorni. E comunque non credo che il peccato più grave di quest’epoca sia la retromania. Il passato ha sempre da insegnare, a patto naturalmente di non smettere mai di coltivare il futuro”. L’ultima curiosità è legata al nuovo disco dei Pink Floyd, The Endless River. Inevitabilmente fuoriesce il suo inflessibile spirito critico: “Quand’ero ragazzo, i Pink Floyd erano la Sorpresa, la Visione, il Mistero. Parlo degli anni 60, quando qui da noi li ascoltavamo in sei. Questo disco è giusto il contrario: un santino oleografico e piacione per la pancia del grosso pubblico. Mah! Chi glielo ha fatto fare?”.