L’Occidente minaccia di inasprire le sanzioni contro Mosca. Ma la realtà è che l’Europa continua a mantenere con il Paese di Vladimir Putin stretti rapporti finanziari. Di cui la stessa Russia, alle prese con una crisi che l’anno prossimo la trascinerà in recessione, non può fare a meno. L’ultimo capitolo della saga delle “misure restrittive” Ue in risposta al ruolo russo nella crisi Ucraina risale a giovedì 4 dicembre, quando il Consiglio dell’Unione Europea ha modificato il regolamento numero 833/2014. Il testo del regolamento (n. 1290/2014) è stato pubblicato venerdì sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea (L 349/20). Merita una citazione completa l’articolo 2 di questo nuovo testo, che sostituisce il precedente articolo 6 n.960/2014: “Allo scopo di esercitare pressioni sul governo russo è altresì opportuno applicare ulteriori restrizioni sull’accesso al mercato dei capitali per determinati enti finanziari, esclusi gli enti con sede in Russia dotati di status internazionale stabiliti da accordi intergovernativi e aventi la Russia tra gli azionisti, restrizioni per persone giuridiche, entità o organismi del settore della difesa con sede in Russia, esclusi quelli che operano prevalentemente nell’industria spaziale e nel settore dell’energia nucleare, e restrizioni per persone giuridiche, entità o organismi con sede in Russia le cui principali attività riguardano la vendita e il trasporto di petrolio greggio o prodotti petroliferi. Tali restrizioni non si applicano ai servizi finanziari diversi da quelli di cui all’articolo 5 del regolamento (UE) n.833/2014, quali le attività di deposito, i servizi di pagamento, i servizi assicurativi, i prestiti erogati dagli enti di cui all’articolo 5, paragrafi 1 e 2 di tale regolamento e gli strumenti derivati utilizzati a fini di copertura nel mercato dell’energia”.

Il regolamento, entrato in vigore sabato, dimostra gli ampi margini di manovra delle banche e ridimensiona, in un certo senso, la portata delle sanzioni. Di fatto, consente di dar soldi ai “figli” europei delle banche russe sanzionate. E giovedì Unicredit e Gazprom – in linea con queste nuove disposizioni – hanno stretto un “bilateral credit agreement”, un accordo relativo a un finanziamento per 390 milioni di euro, come ha fatto sapere lo stesso colosso del gas, che ha enfatizzato politicamente la portata del patto in un momento di tensione nelle relazioni tra la Russia e l’Occidente e di crescenti difficoltà economiche di Mosca. Gazprom ha definito l’intesa “di grande importanza storica”, anche “perché promuove reciproci vantaggi per le due compagnie e una maggiore cooperazione con la comunità finanziaria dell’Italia e dell’intera Europa”. Una sviolinata ben diversa dai toni putiniani. Ma quelli, ormai è palese, sono destinati più ai russi che all’Occidente.

I soldi di Unicredit rappresentano una vitale boccata d’ossigeno per Gazprom, che ha fatto investimenti azzardati

Sul sito della compagnia russa che interpreta la politica energetica del Cremlino campeggia una foto in cui sono ritratti, a stringersi la mano, Andrej Kruglov, capo del dipartimento Finanza ed economia di Gazprom, e Gianfranco Bisagni, vicepresidente esecutivo e capo della divisione Corporate & Investment Banking – Central Eastern Europe di Unicredit. Il sorriso di Kruglov è piuttosto accentuato. Per forza, i soldi di Unicredit rappresentano una vitale boccata d’ossigeno per Gazprom: capitali che le permetteranno di fronteggiare il drastico calo dei prezzi (quello del gas è vincolato al petrolio, in caduta libera) e di fronteggiare la crisi finanziaria che sta affossando il rublo, ma pure di rappezzare certi investimenti avventurosi. Come quello scovato da Novaja gazeta, il giornale della povera Anna Politkovskaja, che ha scoperto come Gazprom abbia comprato in Bulgaria il terreno destinato a far passare il gasdotto di South Stream pagandolo 122 milioni di euro, sei volte il suo valore. Già, South Stream rischia di costare caro a Gazprom. Prima che scattassero le sanzioni, il gigante russo ha tentato di rastrellare fondi sul mercato londinese, con due pesanti emissioni di bond, ciascuno di 750 milioni di dollari, mentre a settembre ha ricevuto una linea di credito del valore di 500 milioni di euro da un consorzio di banche.

La strategia di Putin è dividere i partner europei e offrire a ognuno opportunità di investimento e trattamenti privilegiati

L’accordo Unicredit-Gazprom, inoltre, spiega come mai Putin, nell’annunciare qualche giorno lo stop di South Stream non abbia accompagnato le sue parole con qualche intimidazione del tipo “senza il nostro gas resterete al freddo”. La sua strategia è dividere i partner europei, e a ciascuno offrire opportunità di investimento e trattamenti privilegiati. Un amico del Cremlino come l’ex amministratore delegato Eni, Paolo Scaroni, l’ha spiegato in un’intervista al Messaggero: “Visti i rapporti tesi tra Europa e Russia, Putin non aveva alternative. In fondo non ha fatto che descrivere una situazione che era già nelle cose, visto che per quasi due anni Gazprom ha chiesto a Bruxelles, senza esito, la legalizzazione della pipeline”. Una questione fondamentale, infatti. Senza il via libera dell’Europa, “non si sarebbe attivato il consorzio bancario chiamato a finanziare il 75 per cento del progetto (i cui costi erano stati valutati sui 16 miliardi di dollari, ndr)”. Mosca, insomma, avrebbe dovuto sostenere da sola un investimento di svariati miliardi. Irragionevole. A meno che tutto rientri nell’alveo iniziale. Lo stop putiniano potrebbe essere un “congelamento”, in attesa che le diplomazie europee e quella russa trovino una soluzione. L’idea di spostare il baricentro delle pipeline in Turchia sottintende “direzioni diverse” da quelle pensate per South Stream. Per esempio, una sorta di percorso “ortodosso” – nel senso dei Paesi di religione cristiana ortodossa, come la Russia: per esempio Grecia e Serbia. Ma Belgrado ha appena avviato la procedura per entrare nell’Ue, e il Montenegro, probabile terminal balcanico, prima di affrontare l’Adriatico da tempo cerca di smarcarsi dalle pressioni russe. Così, si torna all’origine. South Stream si può ancora realizzare, ha dichiarato giovedì Jean Claude Juncker, il presidente della Commissione europea, “le condizioni ci sono da tempo, la palla è nel campo della Russia, gli ostacoli che ci sono non sono insormontabili” (ma sabato l’amministratore delegato di Gazprom Alexei Miller ha detto in un’intervista che il progetto è “assolutamente chiuso in maniera definitiva”, ndr).

Mosca potrebbe spostare il percorso del gasdotto verso Paesi ortodossi come Grecia e Serbia

Discorsi che innervosiscono Putin, già irritato per le procedure di infrazione Ue sugli accordi del gasdotto che violano le norme comunitarie e che hanno bloccato i lavori. In cuor suo manderebbe all’inferno l’Ue, ma la ragion pratica gli suggerisce di lasciare aperto ancora qualche piccolissimo spiraglio, aiutato in questo da Boyko Borisov, il premier bulgaro, che ha dichiarato: “Possiamo andare avanti con i lavori preparatori, la Commissione ha detto che non ci lascia soli”. Tant’è che Vladimir Cizhov, rappresentante russo a Bruxelles, come riportano i giornali russi, ha spiegato che la Russia intende continuare le discussioni con Austria, Serbia e Ungheria su come uscire fuori dalla situazione che si è creata dopo la decisione di Putin di abbandonare il progetto South Stream. Non senza una stoccatina diretta alla Commissione europea: la Serbia, ha osservato Cizhov, non è membro dell’Ue ma ha fatto domanda di adesione e “tutti siamo stati testimoni delle pressioni esercitate dalla Ue su Belgrado in merito a questioni politiche, comprese le sanzioni contro la Russia, e anche economiche”.

Si temporeggia. Si fanno i conti. Il no di Putin costerà caro a Sofia. A Belgrado. E pure a noi: la Saipem ne sa qualcosa. Un miliardo e mezzo, forse due di danni. Giocare col gas è pericoloso: si può saltare per aria.